Veduta storica in stile sepia dello Stadio Ferraris e del Tempio di Marassi a Marassi, con il campo e le tribune gremite di pubblico.

Stadio Ferraris, Tempio di Marassi: tribune piene e cerimonia sul campo in un’immagine storica.

Il punto di partenza è la notizia di oggi: secondo Il Secolo XIX, il restyling del Ferraris entrerebbe in una fase più concreta, con operatori finanziari interessati, progetto di fattibilità tecnico-economica in arrivo e avvio dei lavori indicato per l’estate 2027. Il quadro generale è coerente con ciò che il Comune ha già formalizzato: interesse pubblico riconosciuto al progetto, investimento privato attorno ai 100 milioni, concessione per 99 anni e obiettivo di tenere il Ferraris pubblico, ma vivo sette giorni su sette e compatibile con la corsa a Euro 2032.

E qui conviene dirlo senza fronzoli: il Ferraris non è un capriccio urbanistico piovuto ieri tra le case.

Il Ferraris è lì da 1911. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 22 gennaio 1911, mentre il Genoa aveva ottenuto la disponibilità dell’area già il 10 luglio 1910. È il più antico impianto calcistico italiano ancora in attività. Quindi no, il ragionamento “c’è lo stadio sotto casa, che fastidio” non regge molto: lo stadio non è arrivato dopo il quartiere, è il quartiere che da oltre un secolo convive con lo stadio. Chi compra lì compra accanto a un pezzo di storia urbana, non a una sorpresa uscita dall’uovo di Pasqua.

“Il campo” non è solo un luogo del calcio: è una struttura incastrata in modo quasi chirurgico nel tessuto della città, a 0,8 km da Brignole e a 1,9 km dal casello di Genova Est ovvero a ridosso dell’uscita autostradale e del trasporto pubblico. Tradotto dal burocratese all’italiano: per uno stadio urbano, la posizione è strategica eccome. Sei nel cuore della città ma non fuori dal mondo; hai ferrovia, asse autostradale e piazzali di accesso. Criticarne la collocazione come se fosse stata scelta ieri da un urbanista sotto caffeina significa ignorare un dato elementare: proprio quella centralità è sempre stata una delle sue forze.

La storia (infinita) del “nuovo Tempio”

La storia del “lo ristrutturiamo o lo spostiamo?” non comincia oggi, ma almeno nel ciclo 2007-2010. In quegli anni prese corpo l’ipotesi di un nuovo stadio a Sestri Ponente, fortemente voluto soprattutto dall’area sampdoriana di Riccardo Garrone, con l’idea di un impianto moderno, commerciale, economicamente autosufficiente. Il progetto fu sostenuto anche in partnership da Preziosi, ma si schiantò contro il no dell’ENAC per la vicinanza all’aeroporto. Il punto è importante: già allora il dibattito era esattamente quello di oggi, solo con più rendering e meno prudenza. Da una parte chi vedeva il Ferraris come magnifico ma strutturalmente inadatto agli standard moderni; dall’altra chi riteneva Marassi non negoziabile per ragioni identitarie e urbane.

Arrivò poi la stagione della possibile vendita del Ferraris da parte del Comune. E qui vale la pena ripulire la memoria collettiva dalla nebbia del bar sport. Ai tempi di Marta Vincenzi ci furono incontri, sondaggi, trattative e dichiarazioni, ma soprattutto questo: il Comune puntava a incassare circa 35-36 milioni, mentre Preziosi giudicava quella cifra troppo alta. Preziosi parlò con Vincenzi per capire la vicenda dello stadio in vendita, ma non si arrivò a una chiusura; c’erano “ancora margini di trattativa”, appunto, segno che una vera svolta non ci fu. In parallelo, lo stesso Preziosi avanzò anche l’idea di liberare spazi a Marassi spostando il carcere, segnale di quanto il tema fosse aperto e ancora fluidissimo. Quindi sì: Preziosi si mosse, eccome. Ma più che a un’offerta decisiva respinta, le fonti portano a una trattativa mai davvero decollata per divergenza su costi e impostazione. La risposta dell’allora presidente alla cifra proposta – a cui avrebbe dovuto sommare quella di progettualità e ammodernamento in stile Juventus Stadium, fu ironica e amara “le dò un euro”. Ironicamente fu quello che prese poi dalla 777 Partners, ma questa è un’altra storia…

Il capitolo successivo è quello più recente, con il Comune di Bucci stretto fra due esigenze: dare priorità alle squadre che lo stadio lo usano e al tempo stesso non consegnare un bene strategico in modo semplicistico o esclusivo.

Nell’autunno 2024 il Comune ricevette due offerte distinte per l’acquisto del Ferraris: una da Cds Holding, l’altra dal Genoa: Genoa e Samp avevano costituito una newco comune per muoversi insieme, ma alla fine il Genoa presentò da solo la propria offerta. E Bucci, in quelle settimane, spiegò in sostanza che le squadre avrebbero avuto priorità, sì, ma che lui doveva pensare ai genovesi e a uno stadio utile alla candidatura per gli Europei 2032. Traduzione: non lo voleva “dare al solo Genoa” per bandiera o simpatia, voleva una soluzione più robusta e difendibile. Può piacere o no, ma la logica istituzionale era quella. (Sky Sport). DA ricordare è che all’epoca i blicerchiati non avevano sufficiente capacità economica. Nei corridoi del Comune si sentiva e sapeva che il “sindaco che grida” non se la sentiva di darlo al Genoa che lo avrebbe poi affittato all’altra squadra. Avrebbe preferito “terzi”. All’epoca si pensava però, e si provò a farlo capire, che sarebbe stato molto più rischioso intraprendere tale strada: essendo la Samp in difficoltà, in caso di mancati pagamenti per l’utilizzo dell’impianto, sarebbe stato meno “mediatico” e più sicuro fossero i RossoBlu a gestire senza conseguenze legali e pratiche. Un investimento esterno, non avrebbe avuto la stessa comprensione di fronte a una (o più) mancata entrata. Ma proseguiamo…

Il futuro è oggi(?)

Con l’attuale impostazione amministrativa si è tornati su una formula diversa: proprietà pubblica, concessione lunga, capitale privato. Il Comune di Genova ha formalizzato che il Ferraris resterà pubblico e non ospiterà solo calcio; i club sono pronti a investire attorno ai 100 milioni, mentre altri 19 milioni di risorse pubbliche ipotizzate nel progetto non sarebbero a carico diretto del Comune ma da ricercare altrove. È una scelta che prova a tenere insieme tre cose che di solito litigano tra loro: identità storica, sostenibilità economica e funzione urbana. Non sempre succede, quindi almeno il tentativo merita di essere giudicato sui dettagli e non a colpi di slogan da condominio inferocito. (Genova Smart)

E i dettagli contano. Il nuovo Ferraris, secondo le ricostruzioni più attendibili disponibili, viaggerebbe su una capienza da 30.582 posti per Euro 2032, con interventi progressivi su Tribuna Ovest, Tribuna Est, Gradinata Sud, Gradinata Nord, torri e parcheggi tra il 2027 e il 2029. Il progetto prevede anche l’aumento dei posti auto, la sistemazione delle aree esterne, un sistema energetico più evoluto e una struttura pensata per funzionare ben oltre i novanta minuti. In altre parole: non è un maquillage da cipria, è un’operazione di ricucitura urbana e funzionale. Idea di certo non nuova, ma pratica.

Il progetto Ferraris e attività commerciali: da convivenza fondamentale a ricerca di complementarietà.

Qui si apre il tema più delicato per il quartiere: le attività commerciali. Chi sostiene che lo stadio non porti economia attorno a sé fa finta di non vedere l’ovvio. Marassi, nei giorni di partita, non è il deserto del Gobi: è un sistema fatto di bar, ristorazione, tabacchi, servizi e microcommercio che vive anche di quei flussi. Però c’è un punto serio, e sarebbe sciocco ignorarlo: il nuovo progetto prevede circa 8.600 metri quadrati di spazi commerciali interni, con negozi e ristorazione ma senza supermercati, oltre a palestre, ambulatori, un’area polifunzionale da oltre 2.000 metri quadrati e la riqualificazione di Villa Piantelli con uffici, attività commerciali e servizi. Questo significa due cose insieme. Primo: lo stadio può diventare un motore urbano molto più forte di oggi. Secondo: una parte della spesa che oggi ricade all’esterno potrebbe essere assorbita all’interno del complesso. Dunque i commercianti del quartiere non hanno torto a tenere le antenne dritte; ma sbaglia chi riduce tutto a “lo stadio ruba clientela”. La questione vera è progettare complementarità, non guerra civile tra panino interno e caffè al bar storico.

“A Trasta Garrone e basta”: Marassi è la casa del Ferraris

C’è poi l’argomento più stucchevole di tutti: “spostiamolo”. Dove, esattamente? Con quale accessibilità reale, con quali costi, con quale consenso, con quale equilibrio tra mobilità, paesaggio e finanza? Il precedente di Sestri Ponente insegna che i rendering sono facili, la realtà un po’ meno: bastò il no dell’ENAC per far saltare il tavolo. E oggi il Ferraris ha ancora un vantaggio che i teorici della tabula rasa fingono di non vedere: è già dentro la città, già riconoscibile, già servito, già simbolico. In urbanistica questo ha un valore enorme. I luoghi identitari non si replicano con il copia-incolla in periferia come se fossero capannoni con le curve.

Per i genoani, poi, il Ferraris non è solo uno stadio. È il Tempio. E su certi nomi bisogna stare attenti, perché non sono folklore: sono infrastrutture sentimentali della città. Questo non significa opporsi a tutto per principio, come certi sacerdoti del “no” che si emozionano davanti a una crepa e poi si lamentano dei bagni indegni, dei parcheggi insufficienti e degli standard UEFA mancanti. Significa l’esatto contrario: ristrutturarlo bene, farlo vivere di più, difenderne l’anima e smettere di raccontare che il problema sia la sua esistenza a Marassi. Il problema, semmai, è aver perso anni fra mezzi progetti, fughe in avanti e retorica urbanistica da luna park.

Lo Stadio simbolo sportivo e cu

La conclusione, in fondo, è semplice. Il Ferraris va modernizzato, sì. Va reso economicamente più intelligente, sì. Va integrato meglio col quartiere, sì. Ma l’idea che il suo peccato originale sia “stare lì” è una sciocchezza con novant’anni di ritardo. È lì dal 1911, è uno dei simboli sportivi più forti della città e ha una posizione urbana che tanti impianti moderni si sognano. Chi vuole discutere del progetto faccia pure: parcheggi, ricadute commerciali, tempi, governance, concerti, servizi. Tutto legittimo. Ma almeno partiamo da un dato di realtà: il Tempio non è l’intruso. È uno dei pochi pezzi di Genova che, nel bene e nel male, era già lì prima delle lamentele.

Valentina Jannacone

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