Giorgio Perinetti con Daniele De Rossi e Maldini in Genoa, riflessioni su giovani e tecnica
Nell’intervista al Secolo XIX, l’ex direttore generale rossoblù promuove Daniele De Rossi, difende il lavoro del vivaio genoano e indica il difetto che soffoca il sistema: troppa tattica, poca tecnica.
Perinetti crede in De Rossi e manda un messaggio al calcio italiano
Ci sono interviste che restano dentro per un titolo. E poi ci sono quelle che lasciano una traccia più profonda, perché dentro hanno una lettura del presente e una diagnosi del sistema. Le parole di Giorgio Perinetti appartengono a questa seconda categoria.
Il punto genoano è chiaro fin dall’inizio: Daniele De Rossi, secondo lui, ha già dato al Grifone un’identità riconoscibile, può portarlo alla salvezza e, soprattutto, nella prossima stagione può alzare l’asticella. Ma il passaggio più forte dell’intervista non riguarda soltanto il Genoa. Riguarda il calcio italiano, la Nazionale, i giovani, il modo in cui li formiamo. Ed è lì che Perinetti va al cuore del problema, con una semplicità quasi disarmante.
Perché la voce di Perinetti sul Genoa conta ancora
Perinetti non parla da osservatore esterno. Al Genoa è arrivato l’11 ottobre 2017 come direttore generale e ha lasciato il club nel giugno 2019, dopo un anno e mezzo vissuto tra una salvezza conquistata con anticipo nella stagione 2017-18 e una molto più sofferta, arrivata all’ultima giornata nel 2018-19. In mezzo ci fu anche l’esplosione di Krzysztof Piatek, poi ceduto al Milan nel gennaio 2019 per 35 milioni più bonus.
Quella parentesi rossoblù non è stata banale e non è stata lineare. Perinetti stesso, nel giorno dell’addio, ammise di non essere riuscito a dare tutto ciò che avrebbe voluto nel secondo anno e raccontò anche di aver affrontato a Genova un’operazione delicata, tornando al lavoro il giorno successivo nonostante problemi di salute importanti. È un dettaglio umano che non cancella le valutazioni sul dirigente, ma aiuta a leggere quella fase con più onestà e meno caricature.
Per questo, quando oggi parla del Genoa, il suo giudizio non suona ornamentale. Ha conosciuto la pressione di quella panchina, il rumore del Ferraris, le ansie di classifica, i limiti strutturali e le possibilità vere del club.
De Rossi, più identità che semplice entusiasmo
Nell’intervista Perinetti dice una cosa precisa: De Rossi ha rafforzato l’impressione iniziale, conosce il calcio, ha dato subito al Genoa un gioco più aggressivo, e dopo essere subentrato in corsa può fare ancora meglio con una preparazione estiva completa.
È una lettura che ha una sua logica tecnica. Quando un allenatore arriva a stagione in corso, il primo obiettivo non è mai costruire un’opera compiuta. È dare ordine, accorciare i tempi di riconoscimento tra reparti, rendere la squadra più leggibile a sé stessa. Se poi, dentro questo lavoro, riesce anche a trasmettere coraggio e ad accendere lo stadio, allora il primo mattone è già più pesante degli altri.
Non è un’impressione isolata. A metà marzo, Antonio Cassano raccontava un De Rossi già conquistato da città e Ferraris, parlando di un Genoa capace di mettere insieme 24 punti in 18 partite e di restituire allo stadio il ruolo di fortino.
Perinetti, però, aggiunge un elemento ancora più interessante: non vede De Rossi come un traghettatore di lusso, ma come un tecnico su cui costruire. È qui che il ragionamento diventa forte per i tifosi rossoblù. Non solo salvarsi, ma uscire finalmente dalla logica corta del respiro trattenuto, quella che per anni ha costretto il Genoa a guardarsi più dietro che davanti.
La frase più importante: troppa tattica, poca tecnica
Il cuore dell’intervista, però, è altrove. Perinetti mette in fila concetti semplici e netti: abbiamo lavorato poco sui giovani, nei settori giovanili c’è troppa tattica e poca tecnica, servono più istruttori che allenatori, bisogna recuperare un’identità tecnica che l’Italia ha smarrito.
È difficile non fermarsi qui.
Perché è una frase che taglia il superfluo. Non cerca alibi, non si rifugia nell’episodio, non scarica tutto sul commissario tecnico di turno. Dice che il problema nasce prima. Molto prima. Nasce nella formazione del calciatore. Nasce nel momento in cui si preferisce l’organizzazione all’alfabeto, il compitino alla qualità individuale, la lavagna al pallone. E quando Perinetti richiama il modello spagnolo, non lo fa per esterofilia. Lo fa per ricordare che i giocatori vanno costruiti prima come calciatori, poi come ingranaggi.
È un discorso che, se preso sul serio, spiega parecchio anche del nostro campionato. Un torneo che continua ad avere fascino, pubblico, intensità, ma che troppo spesso fatica a produrre italiani pronti, creativi, già educati al gesto tecnico e alla lettura libera della partita.
Il Genoa, paradossalmente, è già dentro questa risposta
Qui sta uno degli aspetti più interessanti del ragionamento di Perinetti. Nella stessa intervista, l’ex dg indica il Genoa come un club capace di fare molto con strutture non semplici e in un territorio complicato. Non è un elogio di maniera.
Il sito ufficiale rossoblù, proprio il 2 aprile, ha ricordato che l’Italia Under 21 conta sei giocatori cresciuti nel settore giovanile del Genoa, con una Primavera tra le più giovani del campionato e otto Under 20 convocati in partite ufficiali con la prima squadra. È una fotografia che conferma il senso del discorso di Perinetti: il vivaio rossoblù, da anni, lavora bene e i risultati si vedono.
E allora il punto diventa quasi ironico, nel senso più serio del termine: mentre il calcio italiano cerca ricette complicate per spiegare la propria crisi, una parte della risposta è già sotto gli occhi, in un club che non naviga nell’oro ma continua a produrre ragazzi. Non è folklore. È filiera. È metodo. È continuità.
Oltre il calcio, la statura umana di Perinetti
C’è poi un altro livello, che pesa e che merita rispetto. Oggi Perinetti è direttore generale dell’Athletic Club Palermo, ma la sua voce pubblica passa anche da un impegno che va oltre il campo. Nel 2025 ha pubblicato con Michele Pennetti il libro Quello che non ho visto arrivare. Emanuela, l’anoressia e ciò che resta di bello, dedicato alla figlia Emanuela, morta il 29 novembre 2023 a 34 anni per una forma acuta di anoressia. A marzo 2026 lo ha presentato anche a Londra nell’ambito del Libro Possibile.
Questo non c’entra con un 4-3-3 o con una corsa salvezza, ma c’entra con lo spessore di chi parla. E forse spiega anche perché certe sue frasi arrivino dritte, senza orpelli. Perinetti oggi non è soltanto un uomo di calcio che commenta il Genoa. È una figura che ha attraversato mestiere, dolore, fatica, esposizione pubblica. E continua a dire quello che pensa con una concretezza sempre più rara.
Alla fine, il senso dell’intervista è doppio.
Da una parte c’è il Genoa, che nelle parole di Perinetti trova una sponda importante: De Rossi non come parentesi, ma come possibilità vera di consolidamento e crescita.
Dall’altra c’è il calcio italiano, che in quelle stesse parole riceve una piccola, severa lezione: se continuiamo a formare squadre prima dei giocatori, continueremo a rincorrere il problema invece di risolverlo.
Il bello è che Perinetti non lo dice con accademia. Lo dice da uomo di campo, da dirigente che a Genova ha conosciuto pressioni, errori, intuizioni, salute vacillante e responsabilità vere. E forse proprio per questo, stavolta, vale la pena ascoltarlo fino in fondo
Valentina Jannacone