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L’eleganza e la signorilità formata uomo a Cernusco sul Naviglio sono di casa.

Roberto Tricella ,Gaetano Scirea e Roberto Galbiati provengono da Cernusco e sono stati tre signori con la “S maiuscola” del nostro calcio, non solo nel campo da gioco.

Ho avuto la fortuna di incontrare Roberto Tricella e fare due chiacchiere con uno dei giocatori che ho ammirato maggiormente proprio per queste sue caratteristiche ,evidenti a chiunque ,al di là dei colori.

Tricella nato il 18 Marzo 1959 ha militato in squadre come Inter,Verona,Juventus e Bologna e nel suo palmares ha vinto due Coppe Italia una con l ‘Internazionale nel 1977/1978 ed una con la Juve nella stagione 1989 /1990 .

Sempre in quella stagione Roberto ha vinto una Coppa Uefa con la Juventus ed infine con la maglia del Verona ha vinto un campionato di serie B nella stagione 1981/ 1982 ed il magico scudetto del 1984/1985.

Con la nazionale italiana ha ottenuto undici presenze dal 1984 al 1987 e partecipato al mondiale in Messico del 1986.

Come è stato crescere a Cernusco sul Naviglio e come hai iniziato a giocare a calcio?

Quando ero piccolo Cernusco era molto diversa da ora, c’erano poche case e meno abitanti.

Io abitavo con la mia famiglia un po ‘ fuori dal centro del paese e intorno alla nostra residenza i prati erano numerosi.

Quei prati erano i nostri terreni per partite da venti contro venti o dieci contro dieci, tra bambini di tutte le età ,fino a che le nostre mamme ci richiamavano o perchè era buio o perchè era pronta la cena.

Roberto Tricella in piedi nel mezzo ed alla sua destra l’amico e compagno di squadra, in seguito all’Inter, Maurizio Ronchi

Niente scuole calcio a quei tempi..

Niente scuole calcio e tutti i bambini andavano a giocare nei campi nelle piazze o negli oratori.

Erano altri tempi la socialità è cambiata ed i genitori si fidavano molto più di quelli di oggi.

In generale c’era meno ansia ,meno apprensione ed i bambini beneficiavano inevitabilmente di questo stato emotivo dei genitori.

Le giornate scorrevano in maniera semplice , andavi a scuola mangiavi ,giocavi , andavi all’oratorio, facevi sport in campi polverosi e le mamme impazzivano a fare le lavatrici la sera.

Era emblematico cosa accadeva il sabato all’oratorio che frequentavo a Cernusco.

Il fine settimana giocavamo diverse squadre di fila e tutte erano partite sette giocatori contro sette.

Quando finiva di giocare una squadra i giocatori della squadra che aveva finito si toglievano la maglia e la davano a quelli della partita successiva e così avanti fino a sera.

Oggi è inimmaginabile questa cosa ma i veri anticorpi si facevano così invece di riempirsi di antibiotici ,come oggi spesso accade, in maniera assurda.

La tua prima squadra ?

Da otto anni a tredici anni oratorio poi a quattordici anni iniziai a giocare per l’ A.C. Cernusco.

Giocavo centravanti , non ho mai avuto il senso del gol ma sono stato sempre un calciatore tecnico così mi schieravano come centravanti arretrato.

E arriva l’Internazionale..

Un giorno giocammo un amichevole contro l’Inter e perdemmo solo tre a zero facendo una discreta figura.

L’Inter mi prese e mi ritrovai in casacca nerazzurra.

Ho fatto tutta la trafila di allievi c, b, ed  a ,così si chiamavano a quei tempi le categorie.

In seguito sono andato a giocare nel campionato primavera per poi esordire coi grandi.

Il mio primo anno all’Inter giocai mezzala ma non giocai molto.

A fine stagione ero certo che non mi avrebbero confermato ed invece mi confermarono.

L’allenatore di quella mia seconda stagione in nerazzurro si chiamava Giovanni Catozzo.

Il tecnico mi propose di cambiare ruolo e di giocare libero.

Mi schierò in quel ruolo e feci bene.

E’ stato l’allenatore della mia svolta tecnica.

in piedi da destra il terzo è Giovanni Catozzo.

Vivevi sempre a Cernusco o ti eri spostato a Milano?

Sono rimasto a Cernusco ma è stato un periodo intenso.

Mi alzavo alle sei ,prendevo la metropolitana a Cernusco ed arrivavo a Loreto dove cambiavo metrò per andare in piazzale Lotto che era il luogo dove andavo a scuola.

La scuola iniziava alle otto e dunque facevo le corse.

Studiavo radio elettronica, erano cinque anni di scuole superiori ma per fortuna me la son sempre cavata bene con i libri.

Mi sono diplomato con 56/60 alla fine è stata una bella soddisfazione  per me e la mia famiglia visti i sacrifici che abbiamo fatto.

Finita la scuola alle tredici e quaranta mangiavo un panino e correvo a Rogoredo, dove si allenava l’Inter,ad allenarmi.

Alle diciotto e trenta tornavo a casa, cenavo ,facevo i compiti e andavo a dormire.. la routine era questa in quel periodo.

Quali erano in quel periodo i momenti più belli che ricordi?

Tanti ricordi belli ma anche tanti sacrifici.

La parte più divertente della giornata però era il ritorno a casa dopo gli allenamenti.

I viaggi di ritorno insieme ad altri due amici di Cernusco che giocavano all’Inter con me in quel periodo erano troppo divertenti.

Maurizio Ronchi e Maurizio Locatelli erano gli amici coi quali condividevo grandi risate e scherzi in quei viaggi infiniti da Rogoredo a Cernusco.

C’era tra di noi la vera condivisione delle cose vi era tanta ripetizione nelle nostre giornate insieme però anche tanta passione nel gioco del calcio e per noi  gli amici erano come dei fratelli.

La condivisione di oggi è controllo, è esibizione ed io non sono favorevole a quel tipo di condivisione che non ha niente a che fare con quella che avevamo noi.

Ancora oggi ci emozioniamo a ricordare quei momenti passati insieme e quei viaggi di ritorno dove a volte anche si litigava ma si rideva tantissimo e ci si voleva davvero bene.

Il tuo esordio in massima serie?

Nella stagione 1977/1978 con allenatore Eugenio Bersellini.

La partita era Genoa-Inter allo stadio Ferraris di Genova.

Il mister ,che ricordo sempre con affetto,mi fece partire titolare.

Giocai come centrocampista e feci una buona partita.

Ricordo il bellissimo stadio del Genoa, c’era un pubblico importante come da sempre è quello genoano.

Quel giorno il manto erboso era fantastico.

La partita si giocava a fine stagione e durante la giornata aveva piovigginato, era una giornata ideale per giocare a calcio ed infatti fu così.

La partita finì uno ad uno.

Il nostro incubo in quel periodo era Armando Onesti..

Il secondo di Bersellini aveva preso di mira i giovani come Odoacre Chierico , Aldo Serena ed il sottoscritto…

A fine allenamenti ci massacrava con esercizi e pesi.

In piedi da sinistra: il terzo Odoacre Chierico, il quarto Roberto Tricella ed il sesto Aldo Serena.

Ricordo che in doccia ,alcune volte,non riuscivamo a tirare su le braccia dallo sforzo che avevamo profuso con la pesistica.

In compenso non abbiamo mai avuto problemi di pubalgia per cui , siccome Onesti ci faceva fare una marea di esercizi addominali ,potrebbe averci salvaguardato da malanni tipici del gioco del calcio come appunto la pubalgia.

L’anno seguente all’Inter hai giocato poco..

Ero aggregato in pianta stabile con la prima squadra ma effettivamente giocai poco.

Ebbi la fortuna di esordire in Coppa Uefa nella partita pareggiata in casa contro i belgi del Beveren.

Al ritorno, nella partita sfortunata in Belgio, persa per uno a zero, con conseguente eliminazione ,mi presi una brutta polmonite.

Rientrai a fatica e comunque quella fu una stagione strana.

La squadra giocava bene ma andava in vantaggio spesso due a zero e poi si faceva rimontare.

Così capitò anche nel derby nel quale giocai subentrando al posto di capitano Graziano Bini per un suo infortunio muscolare.

Andammo in vantaggio due a zero giocando benissimo e poi due punizioni di De Vecchi a fine partita siglarono il due a due finale.

La società, in maniera assurda ,ci mandò in ritiro punitivo perchè con quel pari ci eravamo giocati il campionato a favore del Milan.

Ancora oggi sostengo che quell’Inter della stagione 1977/1978 che non vinse il campionato aveva giocato meglio di quella dell’anno seguente che però si aggiudicò meritatamente il dodicesimo scudetto.

Era un Inter molto forte e, nel reparto offensivo, la coppia gol era ben amalgamata…

Altobelli-Muraro due giocatori fantastici.

“Spillo” Altobelli aveva l’astuzia del ragazzo di strada mentre Carletto Muraro, persona splendida ,che io chiamo ancora ora “Murarinho”era un giocatore fortissimo, esplosivo e molto dedito all’interesse della squadra prima che al suo personale.

Nel 1979 vai a giocare nel Verona in serie B 

In comproprietà per 150 milioni di vecchie lire e vado a giocare a Verona.

Era l’anno del militare che svolsi prima a Barletta e poi a Bologna.

Feci anche il mondiale militare con la nazionale che non andò bene perchè perdemmo la finale in Kuwait e come punizione per aver perso ci rimandarono a Barletta..

a militare:Roberto Tricella, Roberto Tavola e Giuseppe Zinetti.

A Verona ebbi come allenatore, il primo anno, Fernando Veneranda.

In quella stagione ero stato riscattato dalla società veneta pagando gli altri 150 milioni della comproprietà.

Non fu una stagione memorabile ed arrivammo tredicesimi in serie B.

Nella seconda stagione arrivò come allenatore Giancarlo Cadè.

Arrivammo sedicesimi e ci salvammo pareggiando a Ferrara ma anche quella fu una pessima stagione.

Ed a quel punto il Verona nomina come allenatore Osvaldo Bagnoli…

Il Verona con Bagnoli mi riscattò pagando altri 150 milioni di vecchie lire.

Io del mister posso solo dire belle cose.

Va detto che quelli erano anni nei quali nelle rose delle squadre di massima serie vi erano quindici giocatori e tre giovani al massimo per cui tutti si giocava quasi tutte le partite.

Questo fatto rendeva più snella la gestione degli eventi negativi che accadevano durante l’anno.

Le gestioni del gruppo erano più semplici di quelle di oggi con rose infinite.

Io, con Bagnoli ,in sei anni che l’ho avuto come allenatore, penso di aver parlato seriamente con lui di calcio due o tre volte al massimo.

Non ce n’era bisogno col mister se facevi le cose che ti diceva di fare.

Aveva una sua linea di pensiero molto ben definita.

Bagnoli ha sempre sostenuto che le tattiche servivano solo sui calci piazzati e che gli schemi sono sempre serviti relativamente durante le partite.

E’ sempre stato un sostenitore della tesi per la quale se tutti giocano per le loro caratteristiche e qualità gli schemi arrivano da sé.

Osvaldo Bagnoli ad inizio stagione faceva una cosa impensabile oggi.

Il mister ci faceva una riunione tecnica nella quale ci diceva secondo lui quale fosse la sua formazione titolare facendo nomi e cognomi.

Terminava l’esposizione dicendo che era pronto a cambiare idea se qualcuno glielo avesse dimostrato durante la stagione.

Oggi ,una cosa così ,vedrebbe ,dopo tre secondi ,una sfilata di procuratori in società a chiedere chiarimenti..

Bagnoli è stato un grande tecnico, leggeva le partite benissimo e questa professionalmente era la sua dote migliore.

Sapeva toccare le corde giuste del gruppo.

Per fare un esempio noi abbiamo sempre patito le partite contro l’Inter.

L’anno dello scudetto al Bentegodi, andammo nello spogliatoio, a fine primo tempo, sotto di una rete e molto nervosi.

Il tecnico passò tutto l’intervallo a convincerci che l’Inter avrebbe preso gol perché in quella stagione concedevano sempre una rete almeno agli avversari.

Ci disse di porre maggiore attenzione a non prendere il secondo goal che uno noi l’avremmo fatto ..e così fu ..il secondo tempo segnammo su calcio d’angolo e la partita finì uno ad uno.

Come uomo era semplice ma nello stesso tempo enigmatico.

Era fondamentale cercare di interpretarlo.

Dopo otto anni di Verona nel 1987 ti acquista la Juventus..

Il Verona dopo lo scudetto del 1985 ad ogni sessione di mercato aveva bisogno di cedere qualche suo giocatore.

Andarono via  Pierino Fanna e Luciano Marangon per citarne alcuni ceduti precedentemente ed in quella stagione capitò a me ed a Gigi De Agostini.

Approdammo insieme a Torino alla Juventus.

A Torino mi piacque molto la città e presi contatto con la veridicità del detto che se giochi alla Juve, devi vincere, il resto non conta.

La prima annata non fu positiva ,con Rino Marchesi allenatore, i risultati non arrivarono.

Ci qualificammo a mala pena per partecipare alla Coppa Uefa l’anno seguente in uno spareggio thriller col Torino ai calci di rigore.

La seconda stagione le cose andarono meglio con il nuovo tecnico Dino Zoff.

Alla Juventus ho avuto la fortuna di conoscere due persone particolarmente speciali.

Una è stata Dino Zoff che fece un gran lavoro e ci portò a vincere una Coppa Italia ed una Coppa Uefa.

Quelle due vittorie per come sono andate le cose mi viene da pensare che siano state vittorie vissute poco bene in società…

Zoff è stato un allenatore molto cordiale ed un uomo di poche parole e molto corretto.

Aveva gettato le basi per un nuovo ciclo vincente per la società bianconera ma la società aveva deciso di fare altre scelte.

Per cui l’anno seguente Giampiero Boniperti venne sostituito da Luca Montezemolo e cambiarono l’allenatore passando da Dino Zoff a Gigi Maifredi.

Le cose andarono male con la nuova gestione ed il rammarico divenne ancora più grande perché con poche aggiunte al lavoro di Zoff la Juve sarebbe tornata a essere competitiva per il campionato.

L’altra persona splendida che incontrai a Torino fu il mio compaesano Gaetano Scirea.

Com’è stato il tuo rapporto con Gaetano?

Ottimo ,persona splendida che mi ha aiutato tantissimo a Torino ad inserirmi soprattutto nel mio primo anno da giocatore che per lui invece è stato l’ultimo prima di appendere le scarpe al chiodo.

In quelle stagioni il Napoli ed il Milan erano le squadre più forti e non arrivando i risultati sperati i nuovi giocatori ,tra i quali c’ero io, erano quelli maggiormente presi di mira dalla piazza.

Proprio in quei momenti difficili per me la famiglia Scirea è stata fondamentale nel mio percorso in bianconero.

Gaetano e la moglie Mariella mi hanno protetto e mi hanno dato la serenità necessaria per superare quel momento professionalmente difficile.

Rimarranno, anche per questo, sempre nel mio cuore.

Ho avuto la fortuna di avere Scirea  sia come compagno di squadra che come allenatore.

Aveva delle qualità uniche anche come mister che gli avrebbero permesso di fare bene anche come tecnico.

Come giocatore era indiscutibilmente un leader ed un grande capitano.

Aveva tutto: colpo di testa, difendeva ,attaccava , intelligenza tattica oltre media e tutto con una naturalezza pazzesca.

Gaetano era un giocatore totale e, senza offesa,  più completo di Franco Baresi.

Ho sempre avuto l’impressione che lui avesse talmente abituato tutti così bene che la gente non si rendesse più conto di quanto era straordinario quello che facesse.

Era un campione vero, uno di quelli da 10 a 10 e lode, rendeva tutto semplice.

Scaduto il contratto con la Juventus decidi di chiudere la tua carriera da calciatore a Bologna ..

Avevo da scegliere tra tre offerte che erano Nantes, Bari e Bologna .

Scelsi Bologna per la vicinanza a casa e stare vicino alla mia famiglia.

A Bologna ebbi il professor Scoglio come allenatore per poche partite poi venne sostituito da Gigi Radice.

Fu un’annata balorda in campionato ma anche sfortunata.

Il nostro giocatore più forte, che era l’ungherese Lajos Detari ,si infortunò e stette fuori parecchio tempo.

In Coppa Uefa andammo meglio ma anche lì fummo eliminati ai quarti di finale contro l’Admira Wacker.

Di quel percorso europeo ho un bel ricordo legato al mio amico ed ex compagno di squadra Joe Jordan soprannominato “lo squalo”.

Jordan allenava ad Edimburgo la squadra degli Hearts of Midlothian.

Li incontrammo e dopo aver perso all’andata due a zero ad Edimburgo ribaltammo il risultato a Bologna con un sonoro tre a zero.

Il Bologna in campionato retrocesse ed io, in quella stagione,ebbi un infortunio importante.

A seguire ebbi tanti altri piccoli problemi fisici che mi fecero pensare seriamente di smettere .

Parlai con la società e l’anno seguente rescissi il contratto che mi legava ai felsinei e decisi di chiudere con il calcio giocato a 32 anni.

Tornando a Verona hai giocato con Claudio Garella il portiere della porta scaligera campione d’Italia. Che personaggio era Garella?

Un amico, sono stato quattro anni in camera con Claudio.

Arrivò con Bagnoli, l’anno di serie B, nel 1981.

Era caratterialmente particolare e non credeva di essere un grande portiere.

Il suo problema era la consapevolezza dei propri mezzi che lui non aveva in quel momento.

Fisicamente aveva gambe lunghe e poco reattive, era poco esplosivo e nella parte alta del corpo era imponente.

Il suo innato senso di posizione l’ha aiutato a credere maggiormente su sé stesso ed acquisire quella necessaria consapevolezza per diventare il campione che poi è diventato.

Era una bravissima persona e da buon piemontese qual era lui e sua moglie ci invitavano spesso, noi scapoli, a casa loro, per mangiare un’ottima bagna cauda.

Il giocatore più forte contro il quale hai giocato?

Faccio cinque nomi : Diego Maradona per la sua qualità istintiva , il Diez argentino era venuto al mondo per giocare a calcio.

Michele Platini, Marco Van Basten e Zico, per le loro qualità tecniche ed infine un mio ex compagno di squadra del Verona campione d’Italia ossia : Preben Elkjaer che era un fuoriclasse assoluto.

Hai chiuso col calcio dopo la parentesi da calciatore e sei passato a fare altro in un altro settore. Con chi ti frequenti ancora oggi nel mondo del calcio?

Con tanti ex giocatori mi sento e ,quando gli impegni ce lo permettono, ci vediamo.

Volpati,Fanna,De Agostini,Galderisi,Galia,Bonini Massimo Mauro sono alcuni ,ma ce ne sono tanti altri.

E’ sempre molto bello ed emozionante rivedersi e condividere.

 

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