Presentazione Perinetti Allinaz Stadium

La peesentazione

La presentazione del libro “Quello che non ho visto arrivare” di Giorgio Perinetti all’Allianz Stadium diventa un racconto potente sul dolore, sull’anoressia e sulla necessità di nuove tutele.

“Quello che non ho visto arrivare”: all’Allianz Stadium il dolore di un padre diventa un appello per tutti

All’Allianz Stadium, nel mezzo di un luogo dedicato all’industria del calcio, è accaduto qualcosa di raro: il rumore si è fermato. La platea del Social Football Summit ha ascoltato Giorgio Perinetti parlare della figlia Emanuela, e per qualche minuto il calcio ha ricordato che sotto le maglie, sotto le cronache e sotto i risultati, ci sono le persone.

La presentazione di Quello che non ho visto arrivare (Cairo Editore) non è stata soltanto la presentazione di un libro. È stata la ricostruzione pubblica di un dolore privato, offerta con una sincerità che metteva a nudo tutti: chi parlava e chi ascoltava.

Un video di Del Piero ha aperto l’incontro. In sala c’erano Chiellini, Ferrara, Capozucca, Sbravati, Giraudo e tanti altri. Spalle d’acciaio che quel giorno si sono rivelate fragilissime. Volti che il pubblico conosce per i trionfi e per le imprese, e che invece in quell’occasione sembravano semplicemente amici venuti a stringersi attorno a un padre.

Quando una malattia decide di nascondersi

Emanuela Perinetti era brillante, determinata, appassionata del suo lavoro nel marketing sportivo. Amava il calcio fin da bambina, quando il padre era alla Roma e lei correva negli spogliatoi accanto a Totti e ad Aldair. Aveva talento, aveva sogni, aveva una vita piena davanti.

Aveva anche una malattia che non voleva mostrarsi.

L’anoressia è così: scava da dentro, mentre fuori costruisce una recita perfetta. Emanuela raccontava del “tumore”, delle “operazioni”, dei dolori inventati per dare un nome a un’ombra che non era pronta a chiamare per quello che era. “So gestirmi”, ripeteva. La frase che ritorna in ogni storia simile, e che fa tremare chi la ascolta.

Quando ha accettato il ricovero, ormai allo stremo, ha sussurrato: “Provo a mangiare, ma non ce la faccio più”. Erano parole che Giorgio non dimenticherà mai. Perché, come ha detto sul palco, “era il momento in cui capivi che tua figlia non era più padrona del suo corpo, e tu non avevi più alcun modo per aiutarla”.

La voce spezzata di un padre che racconta ciò che non ha visto

Perinetti, abituato a conferenze stampa, interviste, telecamere, ha parlato con un tono che non somigliava a nessuno dei ruoli che ha ricoperto nella sua carriera. In certi passaggi la voce si è incrinata leggermente. Non di più. La misura di chi ha deciso di non trasformare il dolore in spettacolo, ma neanche di nasconderlo.

Il pubblico, dall’altra parte, non respirava quasi.

Il senso di colpa, l’inadeguatezza, la disperazione che arriva quando capisci che non puoi più fare scudo. Chiunque abbia un figlio lo percepiva con una chiarezza disarmante. eppure lui colpe non ha…

Come nasce un libro che forse nessuno avrebbe voluto scrivere

Il giornalista Michele Pennetti ha raccontato che tutto è iniziato con un’intervista. Perinetti ha voluto rispondere per iscritto. Scriveva senza fermarsi, come se avesse aspettato mesi solo per trovare qualcuno disposto a reggere quello tsunami. Da lì, la decisione di scrivere un libro. Non per liberarsi, ma per consegnare qualcosa: una guida emotiva, un avvertimento, un aiuto per chi non vuole vedere segnali che pure sono lì, davanti agli occhi.

Dopo le prime interviste, sono arrivati messaggi da tutta Italia: genitori, sorelle, ex pazienti, ragazzi che avevano vissuto la stessa spirale. Un’umanità sommersa che, improvvisamente, trovava uno spazio dove dirsi.

Il calcio che non ti aspetti

Uno dei momenti più forti è stato quando Perinetti ha parlato del calcio come comunità. Non come industria, non come macchina da risultati. “Sotto la maglia c’è una persona”, ha detto. Lo sport che conosciamo per la competizione, per un giorno sembrava ricordare la sua radice più vera: la fratellanza.

Il calcio, quel calcio che porta milioni di persone a guardare una partita, può diventare una cassa di risonanza gigantesca per storie che altrove verrebbero ignorate.

Emanuela amava questo mondo. E forse oggi lo sta usando per proteggere qualcun altro.

I segnali, quelli che fanno la differenza

La dottoressa intervenuta ha parlato con chiarezza: l’anoressia si nasconde dietro comportamenti che sembrano innocui. Mangiare “solo sano”. Monitorare il peso “per stare bene”. Cambiare umore più spesso. Perdere interesse nelle relazioni, nello studio, nella vita.
Quando la malattia prende il sopravvento, il corpo inizia a rompersi: ossa fragili, disturbi ginecologici, problemi gastrointestinali. E quando questi segnali arrivano, spesso è già tardi.

Esiste una strada per intervenire prima? Oggi, non abbastanza.

Serve una legge che protegga chi non sa più proteggersi

Questo è il cuore del messaggio di Perinetti.
Emanuela era maggiorenne. Per legge, non poteva essere obbligata a curarsi.
Ma cosa succede quando è la malattia stessa a impedire al paziente di comprendere il pericolo?

Aidap e altre associazioni stanno combattendo perché i giovani possano essere presi in carico anche quando rifiutano la terapia. “Quello che non ho visto arrivare” vuole essere anche questo: un mattone in una battaglia culturale e legislativa che riguarda tutti.

Ciò che resta di bello

L’ultimo capitolo del libro parla di ciò che non muore. Chiara, la sorella di Emanuela, inizialmente contraria al libro, per pudore e per un dolore tutto suo, ieri non era a Milano. Ma ieri a Milano sì. Ha raggiunto il padre, che sperava arrivasse ma non vedendola cercava di comprenderla e non farsi travolgere, poi l’abbracciato. Un gesto semplice, ma carico di tutto ciò che resta quando non si può più tornare indietro. Anche lei ha compreso il padre.

Nelle ultime settimane, Emanuela aveva detto una frase che sembra la chiave di tutto questo racconto:
“Io voglio vivere.”

Giorgio l’ha portata sul palco come una promessa.
Per sua figlia, per i figli degli altri, per tutti quelli che non riescono più a dirlo.

Valentina Jannacone

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