L’arrivo dei 777 nel 2021 ha generato entusiasmo ben ripagato dai risultati della holding americana che ha permesso un rinnovo societario e un rilancio della squadra nella massima serie, dove dopo anni di sofferenze la salvezza è parsa quasi stretta. Un po’ di “rammarico” c’è: probabilmente se la squadra avesse assunto maggior consapevolezza della propria forza qualche tempo prima, l’Europa non sarebbe stata solo una chimera da estremi ottimisti.
I problemi oltremare sono reali, come certo è non tocchino direttamente il Genoa, solido e ormai obiettivo di società serie e non vecchie cordate e personaggi ambigui. E questo, anche se ad alcuni non piace sentirlo, è merito di Preziosi che, nonostante scoramento e pesante contestazione, ha mantenuto la promessa di lasciarci “in buone mani”. Anche a discapito del proprio investimento. Ma qui non vogliamo entrare nel merito del pagamento, soprattutto ora che un accordo si sta cercando seriamente.
La premessa però era doverosa per arrivare a quanto ipotizzato ieri sera ai microfoni di Radio Skylab nella chiacchierata con l’amico Diego Pistacchi.
Premessa
Che i 777 abbiano scelto il Genoa, e le altre società calcistiche (Vasco da Gama in Brasile, l’Hertha BSC in Germania, lo Standard de Liege in Belgio, il Red Star FC in Francia, il Sevilla Fc in Spagna e il Melbourne Victory FC in Australia), non per filantropia e passione per questo sport, ma per interessi meramente economici, non è di certo un segreto. Sono passati i tempi delle famiglie appassionate che investivano nel calcio. Certo, anche loro avevano i propri interessi, ma spesso questi si accompagnavano ad una vera e propria vocazione. Sono sempre meno ormai i club italiani che avranno nel proprio futuro un singolo imprenditore. Nonostante il nostro campionato non sia ai livelli della Premier, o proprio per questo, si fanno largo multinazionali e fondi. Alcune volte però la volontà e la capacità finanziaria non bastano. Pensiamo al caso Spezia e alla prima fase Viola.
In questo nostri proprietari hanno visto una possibilità. Acquisiscono squadre in difficoltà, le risanano, creano un modello funzionante, fatto di uomini preparati e conoscitori del settore oltre che di coordinamento e pratiche, per poi, dopo qualche anno, rivendere il pacchetto completo. Un sistema rodato e funzionante, consolidato nei protagonisti che assicura, o quantomeno garantisce, la macchina cammini da sé. L’investitore avrà il “solo” onere di fornire la parte economica.
Anche il Genoa, dunque, gioiello della collezione, tra qualche anno sarà ceduto. O forse prima?
La suggestione
Come detto, i problemi di Pasko e Wander non hanno influito, né possono farlo, sulla gestione del Club più Antico d’Italia. Il lavoro al suo interno si può dire ampliamente avviato e, seppur esiste ancora un debito, questo è ampliamente coperto dal valore del parco giocatori. Fino a gennaio il mercato resterà ingessato, ma la cessione di Dragusin prima e di Guðmundsson in questa sessione, oltre ad altre meno roboanti, permetteranno di investire nei reparti meno consolidati.
Quanto accaduto però, potrebbe cambiare le tempistiche della cessione? Lo scopriremo alla fine di giugno quando, presumibilmente conclusa la trattativa con l’ex patron del Genoa a cui verrà saldato il dovuto, ogni vincolo potrà essere superato. Noi non escludiamo questo scenario, consci che, comunque vada, nessun “Ferrero” si avvicinerà al Grifone: se alla fine, ancora per qualche anno, dovessero rimanere gli attuali proprietari, potremmo stare sereni, per loro parlano i fatti (spiacerebbe solo perdere un vero talent scout come Spors, in scadenza di contratto, ma anche questo si vedrà); se, al contrario, dovessimo passare di mano, il sentore è di un balzo avanti, un ulteriore miglioramento. E allora, reale o ipotesi che sia, i genoani possono comunque dormire sonni tranquilli. Il sole splenderà sempre a Bogliasco, ma da noi non sarà un’illusione giornalistica…