Nato a Belfiore in provincia di Verona il 26 Marzo 1946 Sergio Girardi è stato un portiere molto forte con caratteristiche particolari.
Ha giocato in squadre importanti come Inter, Genoa e Palermo ma anche Mantova, dove ha iniziato il suo percorso professionale da calciatore, fino al Ravenna dove l’ha terminato.
Nel Mantova ha militato dal 1965 al 1968 e dal 1980 al 1984, nell’Inter dal 1968 al 1970 , nel Palermo dal 1970 al 1974 ,nel Genoa dal 1974 al 1980 e nel Ravenna nella stagione 1984-1985.
Ovunque abbia giocato ha lasciato un ricordo indelebile ed ancora oggi è amatissimo dai tifosi delle squadre dove ha militato e non.
In carriera ha totalizzato 111 presenze in serie A e 224 in serie B.

Come è stata la tua infanzia e come è nata la tua passione per il calcio?
La mia famiglia era composta da Mamma e due sorelle molto più grandi di me. Papà era morto quando avevo due anni ed è stato molto difficile il percorso senza la figura paterna.
Eravamo poveri, mamma faceva la casalinga e qualche lavoretto qua e la’.
Mia sorella grande si adoperava come sarta e l’altra mia sorella aiutava anche lei.
Ad otto anni andavo a fare il garzone nel bar di mio cugino, abbiamo fatto i conti da subito con la parte dura della vita ma ci siamo forgiati alla grande.
Il pallone è sempre stata una mia passione sfrenata. Giocavo in una squadretta vicino casa ed un giorno mi vide un rappresentante della Buitoni che serviva clienti del mio paese.
Si chiamava Gianni Camerlengo e mi volle portare in tutti i modi in una squadra più importante della zona che si chiamava Azzurra Verona.
Mi disse:” Se non hai un mezzo per venire ti porto io non preoccuparti” e così andò che iniziai a giocare per l’Azzurra.
Da qui inizia il percorso verso Mantova.
Nel veronese c’era un osservatore del Mantova che era il papà del giornalista Adalberto Scemma col quale tuttora sono amico.
Avevo tredici anni e andai a giocare nel Mantova.
Il viaggio era infernale da Belfiore a Mantova e dovevo farlo quattro volte in settimana.
Un enorme sacrificio, facevo sei chilometri in bici ad andare e sei a tornare più spostamenti vari in treno e bus.
Non potevo andare avanti così.
A casa mia erano preoccupati per i rischi che correvo.
Nel 1960 ,dopo una stagione, dissi alla società che avevo tanta passione ma che ero povero e non volevo fare preoccupare Mamma che mi avrebbe fatto smettere se non si trovava una soluzione che evitasse questi viaggi infiniti.
La società mi diede una sistemazione a Mantova, mi trovarono anche da fare qualche lavoretto da falegname e mi diedero un posto dove andare a mangiare.
Abitavo in Galleria Ferri dove vivevano tanti giocatori della squadra lombarda.
C’erano anche i giocatori della prima squadra tra i quali un certo Dino Zoff..

Un monumento del calcio Dino Zoff, hai un aneddoto di quel periodo?
Dino era ed è una persona squisita.
Un fenomeno tra i pali ma non dico niente di nuovo.
Quando eravamo a Mantova lui mi diceva in allenamento che avevo delle doti superiori alle sue ma secondo me esagerava.
Un uomo di un’umiltà incredibile,un gran signore.
Qualche anno dopo nel Mantova lui era il primo portiere a 21 anni ed io ero il secondo a 17.
Un aneddoto direi quello che nel percorso mantovano Dino Zoff, Roberto Boninsegna ed io ci siamo sposati tutti e tre con tre amiche che studiavano insieme a Mantova.
1 Ottobre 1967 è il giorno dell’esordio in massima serie. Cosa ricordi?
Ricordo che quel giorno parai tutto feci una grande prestazione e che la partita era Mantova-Inter.
L’allenatore era Giancarlo Cadè che avevo avuto nel settore giovanile.
Cadè mi diceva spesso che la mia forza era nella mia consapevolezza e quel giorno la dimostrai in toto.
L’Inter nel destino e l’anno dopo approdi nella Milano nerazzurra.
Eh si da bambino ero tifoso interista ed il mio idolo era Giorgio Ghezzi.
Arrivare all’Inter mi sembrava un sogno come aver toccato il cielo con un dito.
Il primo giorno arrivato in sede della società meneghina rimasi colpito dalla bellezza del luogo sembrava una reggia e vi erano più di trenta impiegati che lavoravano.
Per capirsi arrivavo da Mantova dove ce n’era uno di impiegato nella sede del club.
Abitavo a Lainate ed andavo ogni giorno ad Appiano Gentile ad allenarmi.
Era un’emozione pazzesca allenarsi con quei campioni da Sandro Mazzola a Giacinto Facchetti e poi c’era la banda del triveneto.
Durante i pranzi Mario Corso, veneto come me, m’aveva detto che dovevo mangiare al suo tavolo in quanto suo corregionale.
Era un tavolo dove sedevano anche Gianfranco Bedin e Tarcisio Burgnich.
Tre veneti ed un friulano per cui eravamo soprannominati la banda del triveneto.

Chi ti aveva voluto all’Inter?
Il direttore sportivo di quel tempo era Italo Allodi che era un gran signore.
Allodi mi disse che m’aveva voluto fortemente Helenio Herrera solo che in quella stagione era andato via.
La cosa che ricordo sempre con molto piacere era che all’Inter in tanti mi dissero che ricordavo Giorgio Ghezzi per il mio stile da Kamikaze e poi giocare a San Siro che era una cosa unica.
Passi al Palermo nella stagione 1970 e vai a giocare in serie B. Cosa successe?
All’Inter era arrivato Heriberto Herrera che aveva fatto prendere il grandissimo Lido Vieri dal Torino per cui non c’era spazio per me per giocare titolare.
Erano tempi nei quali le società decidevano il tuo percorso e come giocatore potevi opporti poco o nulla.
Mi avrebbe comprato volentieri la Fiorentina che aveva da poco vinto lo scudetto ma la società nerazzurra non voleva rafforzare una concorrente così non approdai a Firenze.
Anche col Torino successe la stessa cosa.
Il Palermo invece diede all’Inter Mario Giubertoni e Sergio Pellizzaro che di contropartita cedette Spartaco Landini, Sandro Vanello ed il sottoscritto ai rosa nero.
Allodi, anche in questo caso, si rivelò un signore e mi fece avere dei compensi per il fatto di essere sceso in serie cadetta.
A Palermo il primo anno fu un disastro mentre il secondo anno fu un trionfo e vincemmo il campionato di Serie B.
Ancora oggi la Sicilia me la porto dentro è stata un’esperienza di vita stupenda e quando ci torno è sempre una festa.

Un aneddoto del periodo rosa nero?
Finale Coppa Italia 1973-1974 Bologna contro Palermo a Roma.
La partita nei tempi regolamentari era terminata sul risultato di parità , uno ad uno.
Andammo ai calci di rigore, ad un certo punto eravamo in vantaggio di due rigori.
Il mister Corrado Viciani decise di far tirare i due rigori nostri decisivi per vincere il trofeo a Salvatore Vullo ed Erminio Favalli..
Appena saputa la nomina dal mister gli dissi :”Mister non sono un rigorista ma lo faccia tirare a me ho 28 anni e le spalle abbastanza larghe per tirarlo”.
Il nostro tecnico Viciani era uno sempre molto preoccupato di cosa diceva la stampa e mi disse :” se lo facessi tirare a te, come portiere, immaginati domani cosa scriverebbero i giornali”..
Io avevo visto le facce di Vullo e Favalli che erano diventati pallidi quando l’allenatore gli aveva detto di andare sul dischetto ..in più Vullo aveva 18 anni e Favalli non era certo un giocatore tecnico…fatto sta che sbagliarono tutti e due ed il Bologna vinse la Coppa Italia.

Nel 1974 approdi per ben sei anni al Genoa. Ricordi?
Il Genoa è unico.
Arrivai che c’era un allenatore mantovano Guido Vincenzi il direttore sportivo era Arturo Silvestri ed il vice di Vincenzi era un certo Luigi Simoni con il quale avevo giocato insieme a Mantova.
Il Genoa rimane per me la squadra più grande d’Italia ,la società più antica e poi ha questa caratteristica unica del tramando.
Recentemente sono stato al Museo del Genoa e ho trovato dei bambini che sapevano chi fossi malgrado sia passato tantissimo tempo.
Ho chiesto a qualche bimbo e mi dicevano che i loro padri avevano spiegato tutto della storia dei giocatori del club e così avevano fatto i loro nonni con i loro padri.
Al Genoa si tramanda tutto ed una volta vestita quella gloriosa casacca non puoi più esimerti dall’amarla.
Il tifoso genoano ha la storia dentro.
Io provavo un’emozione particolare quando dal centrocampo ad inizio partita andavo verso la porta della gradinata nord.
Più mi avvicinavo e le migliaia di tifosi genoani sembravano venirmi addosso come uno tsunami.
Si alzavano tutti in piedi e mi applaudivano, era uno spettacolo da brividi.
Al Genoa mi avevano dato il soprannome di “Tenaggia” che in dialetto locale significa tenaglia e questo soprannome mi è sempre piaciuto.
Nel periodo genoano ho capito quanto fosse emozionante avere un allenatore amico avendo vissuto l’esperienza con Luigi Simoni come tecnico.
Persona splendida, un caro amico Luigi e quando si perdeva stavo male il doppio anche per lui per le critiche che poteva ricevere.
Ho ancora tanti amici a Genova, nel Grifone come Claudio Onofri, altro grande giocatore e compagno di squadra che porto sempre nel cuore.

Giocavi con la coppola anche a Genova..
La coppola era un vezzo e comunque era nata a Palermo quando invece del cappello classico con la visiera mia moglie mi aveva cucito una coppola per evitare che il sole mi desse noia quando giocavo contro sole.
Avevo i capelli lunghi e la coppola mi aiutava anche a tenere i capelli composti.
Era diventato un abbigliamento che mi distingueva da altri portieri ed ancora oggi tanti mi ricordano anche per questo.
Mi ha sempre fatto pensare che numerosi tifosi non si ricordano che noi portieri a quei tempi paravamo quasi sempre a mani nude ,senza guanti ,altresì si ricordano di come vestivamo.

Perchè nel 1980 ha lasciato il Grifone ?
Avevo ancora un contratto e ho lasciato diversi soldi ma ho deciso di fare una scelta legata alla famiglia.
I miei bambini avevano 5 e 10 anni e con mia moglie si decise di tornare a Mantova in una realtà più piccola e tranquilla che conoscevamo già molto bene.
Mi ricordo che mi aveva cercato Osvaldo Bagnoli per andare al Verona dove, anni dopo, han vinto lo scudetto. Ma ho scelto la famiglia.
Dopo Mantova ho fatto un anno al Ravenna dove abbiamo vinto il campionato di serie D grazie anche ai tanti goal fatti da un giovane Marco Nappi che poi ha fatto una signora carriera giocando anche nel Genoa.

Terminata la carriera da calciatore ha fatto l’osservatore di portieri per squadre importanti.
Prima ho fatto qualcosa in una società dilettantistica vicino Mantova in seguito ho lavorato come osservatore dei portieri in società professionistiche.
A Parma sette anni in seguito a Brescia nove anni e Verona un anno per chiudere a Mantova sei anni con incarichi diversi.
Posso dire di aver segnalato alcuni portieri che han fatto percorsi importanti come Leali e Pegolo per citarne due.
Attualmente mi immagino sia ancora per campi di gioco a visionare portieri ?
Ora mi riposo ma fino a tre mesi fa’ ero sul campo.
Per quattro anni ho seguito le ragazzine del Mantova calcio femminile.
Un mondo veramente interessante con ampi margini di crescita.
Le donne caratterialmente sono tre volte i maschi ed hanno tantissima voglia di imparare semmai la gestione non è facilissima ma ripeto è un mondo interessante in continua crescita dove si vede molta tecnica
Per rendere idea nel nostro piccolo da venti calciatrici quattro anni fa siamo arrivati oggi ad averne in rosa più di settanta.
