C è un allenatore italiano in testa al girone di qualificazioni mondiali con la nazionale delle Isole Comore : Stefano Cusin.
Nato a Montreal il 28 Ottobre 1968 da genitori italiani Stefano, nel suo lungo percorso da allenatore, ha allenato in giro per il mondo in: Inghilterra, Palestina, Bulgaria, Iran , Libia ,Emirati Arabi ,Sudan, Cipro, Italia e Sud Africa.

Con la nazionale delle Isole Comore è reduce da una vittoria esterna contro il Ciad per due a zero che ha portato le Comores al primo posto in classifica.
Le Isole Comore sono uno stato africano tra il Madagascar ed il Mozambico dove il calcio è molto amato e praticato.
Cusin ha avuto un trascorso anche da calciatore militando nel campionato francese, svizzero, nelle isole caraibiche ed in Italia.

Sei nato in Canada, raccontaci i tuoi primi anni di vita
Sono nato a Montreal in Canada dove i miei genitori italiani vivevano.
I miei nonni si erano trasferiti in Francia nel dopoguerra in cerca di fortuna.
Mia mamma è originaria di Castiglion Fiorentino in Toscana mentre mio padre è originario del Veneto.
A tre anni i miei genitori si trasferirono in Francia in Alta Savoia, per la precisione a Saint-Jeoire.
Sono cresciuto lì all’aria aperta, nel verde, tra le mucche facendo ogni tipo di sport e questa cosa mi ha agevolato nella crescita personale non solo fisica.
Sono cresciuto nelle case popolari dove si stava tutti insieme e vi era la condivisione.
C’erano persone di tutti paesi tunisini, marocchini, italiani e qui che la mia forte connotazione internazionale multiculturale si è cementata.
Ricordo le famiglie maghrebine che quando facevano il cous cous ci invitavano a casa loro e ,viceversa ,noi ,con la pasta in particolare quando c’era un evento come l’acquisto di una televisione a colori.
Sono cresciuto senza diversità per me è sempre stato tutto naturale il condividere senza diversità.

Come hai iniziato il tuo percorso di calciatore?
A tredici anni ho fatto parte della selezione dell’Alta Savoia, poi a quattordici anni mi ha chiamato l’Annemasse in serie C.
Su di me si erano interessate società quotate come Auxerre e Saint Etienne ero atleticamente avanti per la cultura sportiva poliedrica in mio possesso ,ero un buon giocatore.
Questa cosa di aver preparato i giovani in Francia ha funzionato benissimo.
La nazionale francese beneficia oggi di un lavoro partito da lontano facendo fare tanto sport ai giovani e variegato.
Quando tornavo nel mio quartiere allenavo a quindici anni i bambini del mio quartiere da sempre ho avuto nel dna di trasmettere conoscenze non solo nel calcio.
In seguito mi comprò il Tolone squadra di massima serie francese
Ero in ascesa ma ebbi dei problemi familiari i miei si separarono, mia mamma si spostò nel sud della Francia vicino a me ,ma Papà ebbe problemi seri di salute e rimase in alta Savoia.
Dovetti scegliere e decisi di lasciare Tolone ed andare ad aiutare mio padre.
Fu la mia scelta e ancora oggi vado fiero di quella mia decisione perché aiutai mio padre a stare meglio.
Ed arriva l’Etoile Carouge…
Un giorno passeggiavo per il mio paese Annemasse ed incrociai un mio ex compagno di squadra che mi propose di andare a giocare in Svizzera con lui nell’Etoile Carouge a Ginevra.
Mi presero e feci un anno in Svizzera in serie B.
L’anno seguente mi prese il Servette sempre di Ginevra e lì capii che ero nel grande calcio.
Lo capii perché entrai il primo giorno nello spogliatoio, mi sedetti ,ed a fianco a me vidi delle cosce enormi.. alzai la testa e mi accorsi che ero seduto al fianco di Kalle Rummenigge…
Giocavamo insieme, era un sogno per me.
Rummenigge tra l’altro parlava italiano per cui la comunicazione tra di noi era agevole.
Una persona semplicissima e un compagno di squadra stupendo.
Facevo gli esercizi tecnici con lui e ci mettevo tutto me stesso per stare al suo passo ma in lui ammiravo tantissimo la sua umiltà e semplicità nel fare le cose e nel rapportarsi con chiunque dal magazziniere al presidente.
Al Servette però le cose non andarono benissimo, non sentivo la fiducia necessaria, per cui chiesi di essere liberato dalla società che mi voleva mandare a giocare in una sua società satellite minore.
Si aprì un conflitto tra me e la società che si risolse grazie a France Football.
In che senso?
Sono i destini strani della vita.
A quei tempi su France Football, giornale famoso in Francia ,c’erano inserzioni tipo : squadra caraibica cerca tre giovani calciatori offre casa cibo ecc ..
Io risposi ad una di queste inserzioni e telefonai.
Mi rispose l’ex portiere del Bordeaux, che già conoscevo, Richard Ruffier.
Fissammo un incontro ad Aix per discuterne.
Ruffier mi raccontò del progetto Saint Martin ai Caraibi ed io, entusiasta ,accettai la proposta.
Era una vita nuova, si stava da principi.
Vivevo in una villa galattica e con la squadra ci allenavamo nei campi da golf.
Vincemmo il campionato, feci una valanga di reti ,ero capitano, loro volevano tenermi ma a me mancava l’Europa ed il calcio che contava.
Così lasci i Caraibi e torni in Europa..
Per la precisione l’Italia.
Era il 1990 io, come tutte le estati, tornavo a Castiglion Fiorentino dai nonni.
Quell’anno in Italia c’erano i mondiali di calcio e ne approfittai per andare a vedere diverse partite dal vivo.
A Castiglion Fiorentino quell’estate facevano una partita tra amici Italiani contro Americani.
Mi chiamarono a giocare e feci sette goal.
Mi videro giocare degli osservatori ed il giorno dopo vennero a cercarmi.
Mi dissero che potevo giocare minimo in serie B in italia e mi fecero contattare da Marino Mariottini direttore sportivo dell’Udinese a quel tempo.
Mariottini mi disse che siccome avevo i documenti francesi e non italiani non potevano tesserarmi con l’ Udinese perché i friulani quell’anno erano retrocessi.
In Italia in quel periodo potevano essere tesserati come stranieri solo in squadre di massima serie o serie D con particolare documentazione.
Mariottini mi fece andare alla Bibbianese in serie D in attesa di sistemazioni burocratiche ed in attesa di vedere se l’Udinese fosse tornata in serie A ma le cose non andarono così ed io rientrai in Francia.
Nel paese transalpino andai a giocare nel Roanne.
A Roanne era andato ad allenare il mio ex allenatore dell’Etoile Carouge ci stavo bene però mi mancava troppo l’Italia e malgrado il Roanne mi volesse far diventare la bandiera del club io tornai in Italia.
Un richiamo atavico?
I miei nonni avevano lasciato l’Italia nel dopoguerra in cerca di fortuna ed io sentivo questo richiamo.
Io, in Italia ,mi sentivo in un ambiente protetto come fossi a casa mia.
Tornato in Italia mi fidanzai ed iniziai le pratiche per i documenti italiani.
Nel frattempo avevo iniziato una nuova attività imprenditoriale legata ai bar ed ai ristoranti che mi appassionava molto.
Ero sempre in mezzo alla gente e conoscevo tante persone.
Giocavo a calcio ma in squadre dilettantistiche e mi divertivo.
Inizi anche ad allenare ..
I giovanissimi della Castiglionese andavano male, l’allenatore si era dimesso e la società mi chiese la disponibilità a prendere in mano la squadra.
Avevo venticinque anni ma il direttore sportivo Signor Banelli della Castiglionese aveva visto in me capacità per fare l’allenatore.
Però non era la mia prima volta come allenatore.
A Roanne nel paese transalpino avevo, per un periodo, allenato gli allievi nazionali.
E’ stata una costante della mia vita: io volevo essere un calciatore ma in realtà sono sempre stato un allenatore.
Ho fatto dal 1993 al 1997 alla Castiglionese facendo anche responsabile scuola calcio poi mi chiamò il San Domenico nel 1996.
Il San Domenico era una società tra le più importanti della Toscana.
Mi piacquero perché erano molto professionali e mi chiesero di giocare con la prima squadra ed allenare i giovani.
Ero al completo: avevo la mia attività di bar con piscina e riuscivo anche a giocare a calcio ed allenare.
In seguito non mi divertivo più a giocare e smisi.
Nel 2000 il San Domenico venne preso dall’Arezzo ed entrai nel settore giovanile amaranto fino al 2003.
Poi andai a Montevarchi ad allenare gli allievi nazionali ma la società non era ancora strutturata bene.
Fu faticoso finire la stagione ma in quel periodo mi accorsi che il calcio stava cambiando.

Eri già un professionista…
Dovevo dare sfogo alla mia innata mentalità professionistica che unita alla mia passione sentivo dentro in maniera potente.
La svolta ci fu al torneo di Viareggio.
Incontrai un noto procuratore al quale dissi che mi sarebbe piaciuto allenare una squadra come quelle che giocavano il famoso torneo giovanile nella città Toscana del carnevale.
Lui mi rispose che nel calcio italico le squadre primavera erano destinate agli ex giocatori di serie A.
Io gli risposi che il calciatore e l’allenatore erano due mestieri diversi ma presi atto di questa situazione.
La meritocrazia stava svanendo sempre più e avevo questa sensazione che mi turbava.
Questa era una situazione da me non condivisibile e dura da digerire.
In seguito però un procuratore mi propose di andare in Camerun a preparare e selezionare una squadra di giovani per poter, l’anno dopo, partecipare al torneo di Viareggio.
Accettai la proposta e andai in Africa.
L’anno seguente con la rappresentativa africana facemmo un torneo ottimo e fummo eliminati immeritatamente.
Fu un successo e qualche giocatore rimase in Italia per riapparire dopo qualche mese in squadre professionistiche italiane.
Per fare un nome: c ‘era Daniel Maa Boumsong che esordì all’Inter di Roberto Mancini qualche anno dopo.
Maa ricordo bene lo vidi giocare scalzo nel fango in una partita dove il guardalinee faceva il suo mestiere con un ramo.
Aveva grandi doti Maa e le ha dimostrate come tanti altri ragazzi di quella selezione.
La federazione del paese africano a quel punto mi propose un progetto della durata di due anni dal 2004 al 2006.
Siccome sono uno che pensa che, i treni passano una volta sola nella vita, raccolsi la proposta per coltivare il mio sogno.
E’ stata un’esperienza molto forte ma anche molto ricca umanamente per la mia persona.

Nel tuo percorso incontri l’uomo ragno.. Walter Zenga.
Estate 2008 ero con la mia squadra bulgara in ritiro nelle Marche.
Giochiamo contro squadre di promozione serie D e vinciamo agevolmente però nella squadra sento che qualcosa non va’.
Parlo col capitano e lui mi dice che la squadra è molto soddisfatta dei miei metodi di allenamento ma che loro sono giocatori di una squadra di serie A e vogliono giocare contro squadre di pari livello.
Ad Assisi in ritiro nel contempo c’era il Catania allenato da Walter Zenga.
La squadra siciliana cercava una squadra per giocare contro e ci proposero un amichevole.
Io diedi l’ok.
Arriviamo al campo e Zenga viene a dare la mano a tutti i componenti dello staff dicendo “nice to meet you” ad ognuno di noi.
Arriva da me ed io gli rispondo in italiano, lui rimase stupito e iniziò a chiedermi come mai fossi in Bulgaria ed il mio percorso pregresso.
Iniziammo a parlare di calcio e ,se non ci avessero portato via per la cena ,saremmo ancora ora al campo a parlare.
Era come se Walter ed io ci conoscessimo da anni , parlavamo la stessa lingua, calcisticamente parlando.

Una collaborazione duratura. Che tipo è Zenga ?
Abbiamo lavorato insieme in diversi posti come l ‘Al Nasr in Arabia Saudita(dove ora gioca Cristiano Ronaldo) poi al Al Nasr di Dubai ,all’Al-Jazira ed al Wolverhampton in Inghilterra.
Walter con me è sempre stato premuroso e delicato.
Come allenatore ha personalità ed è istrionico nello spogliatoio.
Zenga è un motivatore, ma anche un tecnico innovatore che cerca sempre di aggiornarsi e studia tantissimo calcio.
Il tecnico milanese statisticamente ha fatto sempre meglio di chi c ‘era prima, ovunque sia stato ad allenare, a parte la parentesi di con il Palermo.
In quel caso va detto che Walter non era stato scelto dai dirigenti e non fu facile fare bene.
Palestina e Iran sono state due esperienze notevoli..
Sono posti da sogno e l’aria che si respira è magica
Sono due paesi con una storia alle spalle unica.
Le persone sono fantastiche, sono umani attaccati ai veri valori della vita.
La famiglia , l’amicizia,la parola data lì è sacra.
Cosa sta succedendo in Palestina con la guerra purtroppo è inaudito e molto molto doloroso conoscendo bene la qualità del popolo palestinese.

L’esperienza al Wolverhampton?
Abbiamo allenato la squadra in Championship e devo dire che l’atmosfera è davvero fantastica.
L’anno che Zenga ed io andammo ai Wolves fu complicato.
La squadra l ‘aveva fatta Jorge Mendes, il famoso procuratore portoghese, su mandato dei proprietari.
Mendes voleva l’allenatore spagnolo Julen Lopetegui ma lui aveva firmato con la nazionale così chiamò Walter Zenga che conosceva da tempo e riteneva adatto alla panchina dei Wolves.
Io andai a fargli da secondo allenatore ma non fu una stagione fortunata e fummo sollevati dall’incarico.
Anche quella inglese fu un ‘esperienza che mi ha arricchito parecchio ed unica sotto molti aspetti.

In chiusura che tipo di allenatore è Stefano Cusin?
Le mie squadre sono squadre molto aggressive.
Mi piace giocare molto in verticale,un calcio con molti movimenti degli esterni alti tipico delle squadre di Zdenek Zeman.
Un calcio offensivo anche perchè se non hai grandi giocatori devi proporre qualcosa di veloce.
Non mi piace il “tiki taka” io sono per l’essenzialità.
Fase difensiva molto attenta all’italiana ma fase offensiva molto libera per i giocatori
Ho le mie idee di gioco, di gruppo e le porto avanti con fierezza così come sto facendo ora nelle Isole Comore.
Un paese straordinario che spero di portare più in alto possibile.
