Daniele De Rossi in cappotto sul campo del Genoa davanti ai tifosi rossoblù, dopo tre sconfitte consecutive

Daniele De Rossi osserva il campo del Genoa davanti alla curva rossoblù. Il Grifone cerca gioco, coraggio e coerenza dopo tre sconfitte.

Tre partite, zero punti, un solo gol segnato e sette subiti. Il Genoa di Daniele De Rossi entra nella sosta con una classifica brutta, anzi bruttissima: diciannovesimo posto, davanti solo alla Fiorentina per differenza reti, anche lei a zero dopo tre giornate. La notizia dell’esonero di Fabio Grosso, sollevato dall’incarico dalla Fiorentina dopo tre sconfitte consecutive, ha inevitabilmente acceso paragoni e cattivi pensieri. Ma il Genoa non deve cadere nella trappola della fretta: parlare oggi di esonero per De Rossi sarebbe prematuro, poco lucido e anche poco utile. Il tema vero non è cacciare l’allenatore. Il tema vero è capire perché, con una squadra in buona parte simile a quella della scorsa stagione, il gioco oggi si veda così poco.

Il calendario non ha aiutato. Napoli, Lazio e Como non sono tre avversarie qualsiasi. Il Como, oggi terzo con 7 punti dopo tre giornate, ha già battuto Napoli e Genoa e ha pareggiato a Udine. La Lazio ha vinto le prime due senza subire gol. Il Napoli, pur poi caduto con Como e Inter, resta squadra di valore superiore. Però il calendario duro spiega una parte del problema, non tutto. Perché le tre sconfitte del Genoa non sono uguali: col Napoli brucia il risultato, con la Lazio brucia l’occasione persa, col Como brucia soprattutto il modo.

Napoli, Lazio, Como: tre sconfitte diverse

Contro il Napoli il Genoa ha perso 0-2, con gol di De Bruyne all’82’ e Vergara all’87’. È stata la sconfitta più amara, perché il Grifone era rimasto dentro la partita con ordine, aggressività e una pressione alta. Poi è arrivato l’episodio De Bruyne-Vasquez, con quel fallo non sanzionato prima del gol. Questa partita resta la più pesante emotivamente: il Genoa non aveva dominato, ma nemmeno meritato di uscire così, con “la sensazione” di essere stato spinto fuori dalla gara da un episodio arbitrale molto discusso.

A Roma, contro la Lazio, il discorso cambia. La Lazio era alla portata del Genoa se il Genoa avesse giocato con la stessa intensità vista contro il Napoli o dell’anno precedente. Invece il possesso rossoblù, superiore nel dato grezzo, è rimasto troppo sterile: 53,6% ma appena 8 tiri totali e uno solo nello specchio, contro i 15 della Lazio. De Rossi lo ha detto in modo chiarissimo dopo la partita: il Genoa crea i presupposti per arrivare sulla trequarti, ma poi non tira; servono più qualità, più energie nell’uno contro uno, più spunti. È una diagnosi corretta e anche scomoda, perché non riguarda solo gli attaccanti: riguarda la struttura offensiva della squadra.

Il Como, infine, è stata un’altra storia. La sconfitta ci stava, perché la squadra di Fabregas oggi è più forte, più rodata, più piena di qualità individuale e collettiva. Ma l’1-4 del Ferraris è arrivato in modo troppo arrendevole dopo il buon inizio. Il Genoa passa con Osmajic al 19’ su assist di Colombo, poi viene ribaltato in quindici minuti: Baturina al 25’, Diao al 30’, Nico Paz al 40’. Nella ripresa Diao firma la doppietta su assist del debuttante Kean. I numeri spiegano il divario: 37,7% di possesso Genoa, 2 tiri in porta contro 9, 11 conclusioni totali contro 20.

De Rossi non va assolto, ma nemmeno scaricato

Il punto è questo: De Rossi ha responsabilità? Sì. Sarebbe infantile dire il contrario. Dopo tre partite il Genoa ha pochi automatismi offensivi, fatica a pressare in modo continuo, alterna buoni inizi a lunghi tratti di smarrimento e, soprattutto, non riesce a trasformare il possesso o la riconquista in occasioni pulite. Il fatto che la formazione contro il Como fosse ancora composta in larga parte da giocatori già dentro il progetto della scorsa stagione rende la domanda ancora più legittima: perché oggi la squadra sembra meno riconoscibile?

Contro il Como, il Genoa è partito con Bijlow; Marcandalli, Ostigard e Vasquez dietro; Sabelli, Sow, Baldanzi, Ellertsson e Frendrup in mezzo; Colombo e Osmajic davanti. Tra i nuovi veri dall’inizio ci sono Sow e Osmajic. Per il resto, l’ossatura è nota. Questo rende più strana la mancanza di ritmo collettivo: non siamo davanti a undici giocatori che si sono stretti la mano due ore prima della partita.

Ma scaricare tutto su De Rossi sarebbe altrettanto sbagliato. Il tecnico ha dimostrato nella scorsa stagione di saper incidere: ha preso una squadra fragile e l’ha portata alla salvezza. Ha dato identità emotiva, compattezza, coraggio. Non si cancella tutto dopo tre partite. Soprattutto se quelle tre partite arrivano dopo un mercato complicato, chiuso tardi, con uscite importanti e innesti arrivati a tempi diversi.

Le dichiarazioni sul mercato: De Rossi aveva già mandato segnali

De Rossi non ha mai detto apertamente “non sono soddisfatto del mercato”. Sarebbe scorretto attribuirgli una frase che non ha pronunciato. Però le sue parole, lette una dietro l’altra, raccontano un disagio tecnico reale.

Dopo Lazio-Genoa ha ricordato di aver parlato con la società “tra marzo e aprile”, spiegando cosa mancasse alla squadra, aggiungendo che “alcune cose mancano ancora”. Nella stessa intervista ha sottolineato che la squadra non ha abbastanza uno contro uno, dribbling e giocate negli ultimi trenta metri. Sono parole molto pesanti, perché arrivano quando il mercato era ancora aperto e descrivono esattamente il limite visto in campo.

Già ad agosto aveva chiesto tre giocatori e, in quel momento, era arrivato soltanto Sow. Aveva parlato della necessità di completare il puzzle, di non sopravvalutare giovani ancora inesperti, di inserire “ciccia” in attacco e valori dentro una rosa che aveva perso giocatori capaci di vivere il Genoa e il Ferraris. Non era uno sfogo: era una fotografia. De Rossi chiedeva qualità, gamba, gol e giocatori pronti. Il mercato gliene ha dati alcuni, ma non tutti nelle forme ideali e non tutti in tempo utile.

Questo non lo assolve dalla responsabilità di far giocare meglio la squadra. Ma aiuta a capire il contesto. Un allenatore può avere idee, ma se i pezzi arrivano tardi, se alcuni sono da inserire fisicamente, se altri sono giovani o ancora da formare, il campo presenta il conto prima dei comunicati.

Sow e Osmajic: segnali diversi, giudizi sospesi

Sow è stato preso per essere subito titolare, lo ha detto lo stesso De Rossi in estate. È un giocatore di esperienza, dinamismo, conoscenza del calcio. Però nelle prime uscite non ha ancora cambiato il volto della squadra. Non è una bocciatura: la condizione, l’inserimento nei meccanismi e il tipo di compiti pesano. Ma da un giocatore del suo profilo ci si aspetta progressivamente più governo, più pulizia nelle uscite, più presenza nella seconda palla e soprattutto più capacità di dare ordine quando il Genoa rischia di diventare lungo.

Osmajic, invece, ha dato subito un segnale molto chiaro. Il gol al Como nasce da un movimento da attaccante vero: attacco della profondità, tempo sul passaggio di Colombo (bello il suo movimento), anticipo su Chalobah, finalizzazione di prima. È una giocata che al Genoa mancava. De Rossi ha spiegato che il piano gara era proprio attaccare la linea alta del Como, e il gol nasce da ciò che era stato preparato. Poi l’attaccante è calato, anche perché arrivato da poco e non ancora pienamente dentro il lavoro difensivo e di pressione alta richiesto dal tecnico. Ma la traccia è positiva: lì davanti serviva un giocatore che desse profondità e occupasse l’area con più istinto.

Ehizibue, il nome giusto: perché è entrato subito

E poi c’è l’esordio di Kingsley Ehizibue, esterno destro classe 1995, arrivato da svincolato dopo l’esperienza all’Udinese. Il Genoa ne ha annunciato il tesseramento il 3 settembre: nelle ultime quattro stagioni era stato all’Udinese e nell’ultimo campionato aveva collezionato 32 presenze, 2 gol e oltre 1900 minuti. Diego Lopez lo ha descritto come un giocatore con sprint, chilometraggio, conoscenza della Serie A e capacità di adattamento.

Contro il Como è entrato al 66’ al posto di Baldanzi. De Rossi ne ha parlato bene, sottolineando che non si era mai allenato con la squadra e che aveva ricevuto soltanto indicazioni base prima di andare in campo. Ha detto anche una cosa interessante: Ehizibue ha la fisicità che il Genoa cerca, quel tipo di strappo e struttura atletica che oggi tutti cercano. Questo spiega perché sia stato ritenuto pronto prima di altri. Non perché sia già perfettamente dentro il sistema, ma perché il suo profilo fisico e la sua esperienza in Serie A lo rendono immediatamente spendibile.

Ed è qui che il discorso sui nuovi arrivi diventa più ampio. Noi non vediamo tutti gli allenamenti, non conosciamo i dati fisici, le soglie, i carichi, le risposte tattiche quotidiane. Se Traorè, Mitaj, Puczka, Drameh o El Shaarawy non sono ancora stati utilizzati dall’inizio, o sono stati gestiti con cautela, può esserci una ragione tecnica, fisica o tattica. Però dall’esterno una cosa stona: dopo un mercato numeroso, il Genoa contro il Como ha cambiato poco nella struttura iniziale. E quando cambi poco nella formazione ma il gioco non si vede, la domanda sull’allenatore diventa legittima (ma non una condanna).

Il nodo tattico: manca la continuità del piano

De Rossi ha un’idea riconoscibile: costruzione dal basso, portiere coinvolto, centrali chiamati a giocare, esterni aggressivi, trequarti da occupare con qualità, ricerca della profondità quando l’avversario alza la linea. Ma oggi questa idea appare a intermittenza. Si vede il principio, non ancora la continuità.

Contro il Napoli si è vista pressione alta. Contro la Lazio si è visto possesso senza sufficiente verticalità. Contro il Como si è vista una buona preparazione iniziale, poi un crollo nella gestione degli spazi e delle seconde corse. È qui che De Rossi deve incidere. Perché l’alibi del calendario vale fino a un certo punto: anche contro avversari superiori devi riconoscere comportamenti ripetibili. Pressione coordinata. Uscita pulita. Distanze tra i reparti. Reazione dopo il gol subito. Capacità di non aprirti in due alla prima difficoltà.

Il dato più preoccupante non è la classifica. È la fragilità emotiva e tattica dopo gli episodi negativi. Con la Lazio, il gol ha tolto certezze. Con il Como, il pareggio ha aperto una crepa diventata voragine in quindici minuti. Una squadra che deve salvarsi può perdere, ma non può smarrirsi così rapidamente.

Il caso Grosso non deve diventare un contagio

L’esonero di Fabio Grosso alla Fiorentina, dopo tre sconfitte, un gol fatto e nove subiti, è il primo grande allarme del campionato. Ma la situazione viola non è sovrapponibile a quella genoana. La Fiorentina aveva costruito aspettative diverse, con una proprietà e un mercato orientati a un salto più ambizioso; il Genoa ha un obiettivo più concreto, una salvezza possibilmente tranquilla, e viene da una stagione in cui De Rossi ha già dimostrato di poter raddrizzare una squadra in difficoltà.

Questo non significa che De Rossi possa sentirsi al riparo da tutto. Nessun allenatore lo è. Ma significa che il Genoa deve evitare riflessi isterici. Tre giornate sono poche, soprattutto dopo un mercato che si è chiuso a ridosso del Como e con due svincolati, El Shaarawy ed Ehizibue, convocati praticamente subito. La prossima partita con il Frosinone, però, pesa già molto. Non per mandare via qualcuno, ma per capire se il Genoa è in grado di iniziare davvero il proprio campionato.

Il confronto con le altre: la salvezza è possibile, ma il margine si è assottigliato

Il Genoa può salvarsi. Anzi, ha tutto per salvarsi. Ma non può pensare che il campionato gli regali tempo infinito. La classifica dice che Frosinone è già a 6 punti, Sassuolo a 4, Cagliari e Lecce hanno già vinto, Parma e Monza hanno mosso la classifica. Venezia e Fiorentina sono ancora ferme a zero, ma il gruppo salvezza non sembra più fragile come in alcune fasi dell’anno scorso.

Zero punti nelle prime tre giornate, per il Genoa, non accadeva in Serie A dal 1957/1958, ed è la prima volta nell’era dei tre punti. È un dato da prendere sul serio, non da usare per gridare alla catastrofe. La stessa analisi sottolinea che Napoli, Lazio e Como non saranno dirette concorrenti per la salvezza, ma che da Frosinone e Parma inizierà il vero campionato rossoblù.

Ecco il punto: non bisogna fare allarmismo, ma nemmeno addormentarsi nella frase “erano avversari forti”. Il Genoa deve fare punti. E deve iniziare subito.

De Rossi può fare bene, ma deve accelerare

L’appoggio a De Rossi resta razionale, non sentimentale. È un allenatore che ha dimostrato di poter entrare nella testa del gruppo, che parla di calcio in modo concreto, che ha idee moderne e che ha saputo costruire un rapporto vero con l’ambiente. A Boccadasse, nella notte dei 133 anni del Genoa, ha detto che questa squadra “ti entra dentro”: non è una frase banale, se pronunciata da uno che non è nato genoano ma ha capito in fretta dove si trova.

Ma proprio perché De Rossi ha qualità, ora deve dimostrarle nel momento più scomodo. Deve decidere se questo Genoa può continuare con il 3-4-1-2 o se serva una forma più adatta ai nuovi interpreti. Deve capire come usare Baldanzi senza spegnerlo. Deve trovare minuti e funzioni per Traorè ed El Shaarawy. Deve sfruttare Osmajic senza isolare Colombo o Vitinha. Deve capire se Sow può diventare davvero un perno o se serva una regia più collettiva. Deve restituire sicurezza a una difesa che con Vasquez, Ostigard e Marcandalli dovrebbe garantire più solidità di quella vista contro il Como.

Soprattutto, deve far vedere gioco. Non spettacolo per estetica. Gioco come riconoscibilità, occupazione degli spazi, movimenti preparati, scelte pulite, reazione agli episodi. Il Genoa non deve diventare il Como di Fabregas, perché non ha quei giocatori e non deve copiare nessuno. Deve però tornare a essere Genoa: intenso, verticale, fastidioso, compatto, capace di far sentire all’avversario che ogni metro costa.

133 anni meritano pazienza, non rassegnazione

Oggi il Genoa compie 133 anni. Il club più antico d’Italia non ha bisogno di isteria, ma nemmeno di raccontarsi favole. La salvezza è assolutamente possibile. Io ne sono convinta. Questa rosa ha abbastanza qualità per restare in Serie A e De Rossi ha già dimostrato di saper fare bene. Però non tutto convince.

Il mercato non sembra aver risposto fino in fondo alle richieste del mister. L’attaccante di peso vero, quello da doppia cifra sicura o almeno molto credibile, resta più un desiderio che una certezza. Gli esterni sono stati rivisti, ma Martin e Norton-Cuffy davano cose concrete: uno piede, cross e assist; l’altro corsa e strappo, anche se ultimamente aveva perso brillantezza proprio lì. Malinovskyi dava tiro, personalità e qualche soluzione sporca. Non erano tutti insostituibili, ma non erano dettagli.

La formazione dell’anno scorso è stata rivista, il progetto è stato ringiovanito, la rosa è più ampia. Bene. Ma ora serve calcio, non solo prospettiva. Serve che De Rossi trovi in fretta il filo. Serve che la società lo sostenga non a parole, ma nelle scelte e nella gestione. Serve che i nuovi diventino giocatori del Genoa, non solo nomi in distinta.

Centotrentatré anni non si portano come una medaglia da lucidare. Si portano come una responsabilità. Il Genoa è nato prima di quasi tutti e continua a vivere perché la sua gente non lascia mai solo nessuno. Lo ha dimostrato anche dopo il 4-1 col Como, con il Ferraris che ha applaudito e cantato. Ora tocca alla squadra restituire qualcosa. Non miracoli. Non promesse. Una partita da Genoa, finalmente per novanta minuti.

Valentina Jannacone

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