Un giocatore della Lazio protegge il pallone dal genoano Norton-Cuffy durante Lazio-Genoa 1-0, gara decisa dal gol di Davide Frattesi all’Olimpico.
Il Genoa esce dall’Olimpico con un’altra sconfitta, la seconda in due giornate, ancora senza punti e senza gol in classifica. La Lazio vince 1-0 con la rete di Davide Frattesi al 25’, costruita da Nuno Tavares sulla sinistra e finalizzata dal centrocampista biancoceleste con il tempismo che sta già diventando un marchio di fabbrica in questo avvio di stagione. Il risultato pesa, ma non deve deformare l’analisi: il Genoa non è una squadra allo sbando. È una squadra ancora in pieno assestamento che ha affrontato Napoli e Lazio nei primi 180 minuti e che, per quanto visto soprattutto alla prima giornata, avrebbe meritato qualcosa di più dello zero attuale.
La nota genoana, da tifosa appassionata ma con gli occhi aperti, è questa: perdere all’Olimpico contro una Lazio già più avanti, più verticale e più piena nelle sue certezze può starci. Non va bene, non consola, non porta punti. Però può starci. Quello che non deve diventare normale è arrivare troppo poco in porta, abbassare il ritmo dopo il primo schiaffo, vivere di possesso pulito ma poco velenoso. Perché il Genoa di De Rossi ha un’idea, ma ieri sera quell’idea è rimasta spesso sospesa a metà campo, bella da apparecchiare e povera da servire.
La partita: Lazio più pericolosa, Genoa troppo orizzontale
De Rossi ha scelto una struttura prudente ma non rinunciataria: Bijlow; Marcandalli, Ostigard e Vasquez; Norton-Cuffy ed Ellertsson sugli esterni, Frendrup e Sow in mezzo, Baldanzi a cucire alle spalle di Vitinha e Colombo. La Lazio di Gattuso ha risposto con Mandas; Floriani Mussolini, Doekhi, Provstgaard e Tavares; Frattesi, Rovella e Taylor; Cancellieri, Dia e Zaccagni. Il gol è arrivato al 25’: Tavares ha spinto forte a sinistra e su di un errore di Ellertsson, ha messo dentro un pallone feroce che Frattesi, attaccata l’area con la puntualità di chi non entra mai in zona gol per caso, insacca.
Il problema del Genoa non è stato il possesso. Anzi, alcune rilevazioni statistiche assegnano ai rossoblù il 54% di possesso e 565 passaggi completati complessivi. Più della Lazio. Il problema è stato ciò che quel possesso ha prodotto: 8 tiri totali, uno solo nello specchio, 0,58 xG contro 1,55 della Lazio. Tradotto dal linguaggio dei dati a quello del campo: il Genoa ha maneggiato il pallone, la Lazio ha maneggiato la partita.
De Rossi lo ha detto senza girarci attorno: “Non arriviamo mai a tirare in porta”. Ha aggiunto che la squadra costruisce in maniera più pulita rispetto all’anno scorso, ma non va in verticale e ha poca gente capace di saltare l’uomo negli ultimi trenta metri. È una frase molto più importante del risultato. Perché racconta il limite attuale del Genoa: non basta uscire bene dal basso se poi l’azione si raffredda quando dovrebbe bruciare.
Norton-Cuffy ed Ellertsson a piede invertito: idea comprensibile, resa parziale
Uno dei temi tecnici più evidenti è stato l’uso degli esterni a piede invertito. De Rossi ha spiegato che era una scelta già sperimentata, pensata per avere più cross in area e creare spazi diversi. Ha citato anche l’unica situazione costruita davvero in quel modo, con Norton-Cuffy ed Ellertsson coinvolti nell’azione del primo tempo.
La scelta aveva una logica: portare l’esterno a rientrare, aprire il corpo, calciare o crossare con più qualità. Ma il campo ha restituito una verità più ruvida. Norton-Cuffy, a sinistra e quindi non nella sua corsia naturale, ha fatto fatica a trovare continuità. Nel finale del primo tempo ha messo un buon pallone per Ellertsson, arrivato leggermente lungo sul secondo palo, e al 42’ ha fatto anche un anticipo prezioso su Cancellieri. Però resta la sensazione di un giocatore meno esplosivo rispetto al primo periodo visto a Genova. Corre meno in avanti, salta meno l’uomo, attacca meno lo spazio con quella fame fisica che lo rendeva scomodo per chiunque.
Quando ha potuto tornare su letture più naturali, soprattutto con campo davanti e meno traffico interno, è sembrato più efficace. Ma il punto resta: Norton-Cuffy non può diventare un esterno “educato” fino a perdere istinto. Va rifinito, non impacchettato. La sua forza è la gamba, l’urto, la possibilità di portare via trenta metri alla partita. Se gli togli quello, resta un buon atleta in cerca di posizione.
Ellertsson, con onestà, ha ammesso che giocare a piede invertito ha tolto qualcosa agli esterni. Ha anche riconosciuto che il mercato ha influito, perché attorno al gruppo ci sono tante voci e il mister chiede comunque concentrazione. È una frase da spogliatoio vero, non da alibi: quando le giornate scorrono verso la chiusura del mercato, ogni calciatore sa che il telefono di qualcuno può cambiare la settimana di tutti.
Vitinha, una partita brutta che fa capire quanto pesa
Vitinha ha giocato una gara bruttina. Poco pulito, poco incisivo, spesso fuori dal punto caldo dell’azione. Ma proprio la sua assenza di peso offensivoe soprattutto di lavoro sporco di copertura ha fatto capire quanto normalmente il suo peso esista, anche quando non viene riconosciuto. È uno di quei giocatori che dividono perché non sempre producono il gesto finale, ma muovono difensori, assorbono contatti, danno una prima uscita quando la squadra è bassa.
Le voci di mercato possono aver inciso. Non è una certezza, perché nessuno può entrare nella testa di un giocatore. Però il contesto va letto: negli ultimi giorni Vitinha è stato accostato al Rennes e ad altri scenari di Ligue 1, mentre De Rossi ha ripetuto più volte che i giocatori dovranno abituarsi alle voci e che la società ha anche esigenze di uscita.
Il tecnico non lo ha nominato direttamente. Ma quando dice che servono uscite, che la società ha oneri e che lui deve restare concentrato sulla partita, il pensiero corre inevitabilmente ai giocatori con mercato vero, tra cui Vitinha e Martin. E qui il ragionamento diventa più ampio: se vendi chi ti dà struttura o produzione offensiva, devi sostituirlo con caratteristiche precise. Non con figurine. Non con occasioni dell’ultimo minuto.
Martin, il paradosso del laterale che dietro soffre ma davanti incide
Aaron Martin non ha giocato all’Olimpico, ma la sua ombra tattica c’era eccome. Perché quando si parla di esterni, di piede naturale, di qualità nei cross e di produzione offensiva, Martin resta un riferimento. Nella scorsa stagione i database statistici gli attribuiscono 1 gol e 5 assist in Serie A 2025/26: numeri importanti per un laterale, soprattutto in una squadra non dominante.
È il solito paradosso. Martin, come Norton-Cuffy, può soffrire nella fase difensiva pura. Se viene attaccato alle spalle, se deve difendere campo aperto, se trova un esterno fisico e profondo, mostra limiti. Però davanti ha piede, sensibilità, ultimo passaggio. Sa crossare, sa trovare il tempo, sa dare al Genoa una soluzione che ieri è mancata: qualità laterale senza dover sempre rientrare verso il traffico.
Se le voci di mercato su Martin dovessero diventare qualcosa di concreto, il Genoa deve sapere che non perderebbe soltanto un terzino o un quinto. Perderebbe una fonte di assist. E in una squadra che già fatica a tirare in porta, questa non è una nota marginale: è una piccola sirena d’allarme.
De Rossi nel post partita: parole dure, ma giuste
Le parole di De Rossi sono state il pezzo più importante della serata. Ha detto che il Genoa è stato in gara, che era partito bene, ma che il gol ha tolto certezze. Ha chiesto più conclusioni, più qualità nell’uno contro uno, più energia nello spunto. Ha anche spiegato che gli piace coinvolgere Bijlow nella costruzione, ma che la squadra ci va troppo spesso e così rischia di perdere verticalità.
Questa è una diagnosi corretta. Il Genoa a volte sembra sentirsi al sicuro quando torna dal portiere. È una sicurezza apparente. Se il passaggio indietro serve ad attirare pressione e poi uscire forte, benissimo. Se invece diventa una pausa, una coperta, un modo per non scegliere, allora la costruzione diventa sterile. E quando diventa sterile, la partita si addormenta nella zona più comoda per l’avversario.
De Rossi ha detto anche che ad aprile aveva parlato chiaro con la società e che alcune cose mancano ancora. Non è uno sfogo teatrale. È una richiesta tecnica: servono giocatori capaci di rompere la linea, di saltare l’uomo, di andare in porta. Non basta avere ordine. Nel calcio moderno, se nessuno crea superiorità individuale negli ultimi trenta metri, puoi costruire anche con il compasso: alla fine resti fuori dalla porta.
Meichtry, impatto vero: quella palla pesa, ma il segnale è positivo
Il cambio che ha spostato qualcosa è stato Meichtry. De Rossi lo ha citato nel post partita insieme a Messias, spiegando che entrambi hanno portato freschezza, inserimenti e responsabilità. Meichtry ha avuto anche la grande occasione del pareggio al 79’, presentandosi davanti a Mandas e calciando fuori. È un errore pesante, certo. Ma è anche il segnale di un giocatore che entra e va dove gli altri non erano riusciti ad arrivare.
Questo conta. Perché il Genoa ha bisogno di gente che entri nella partita senza chiedere permesso. Meichtry ha gamba, coraggio, verticalità. Non va trasformato subito in eroe mancato o in colpevole per l’occasione sprecata. Va letto per quello che ha dato: movimento, profondità, presenza. Il gol sbagliato resta, ma resta anche l’impatto. E in una squadra piatta, chi porta una scossa va tenuto molto vicino.
Bijlow, due risposte importanti ma un’identità da non smarrire
Bijlow ha avuto momenti positivi: una buona risposta su Tavares al 50’, una lettura importante su Zaccagni nel primo tempo dopo l’errore di Marcandalli, più una gestione complessiva che lo tiene dentro la partita anche quando il Genoa lo coinvolge troppo.
Però resta una sensazione tecnica: Bijlow sta uscendo meno, sta vivendo più vicino alla linea, sembra meno libero nella sua natura di portiere moderno. La “scuola Scarpi”, per come appare oggi, rischia di renderlo più prudente e meno istintivo. Scarpi è un preparatore di lungo percorso e nello staff rossoblù il lavoro sui portieri è condiviso anche con Stefano Raggio Garibaldi, ma il punto tecnico resta: Bijlow non è un portiere da normalizzare. È forte proprio perché sa stare alto, giocare coi piedi, partecipare alla costruzione, uscire anche con un margine di rischio.
Se lo rendi più lento nella scelta e più conservativo nello spazio, gli togli valore. Non serve un altro Leali. Serve il miglior Bijlow. Un portiere europeo, aggressivo, moderno, magari imperfetto, ma capace di dare metri alla squadra. Il Genoa deve lavorare sulle sue peculiarità, non sterilizzarle.
Difesa non brillante: Vasquez sotto standard, Marcandalli confuso, Ostigard il più solido
La difesa ieri non ha vissuto una grande serata. Vasquez c’era, ma non è stato il solito Vasquez. È mancato nel senso più genoano del termine: è mancata quella sensazione di calamita, di anticipo fisico e mentale, di difensore che tiene insieme il reparto anche quando il vento arriva storto.
Marcandalli ha alternato buone cose a momenti di confusione. L’errore che manda Zaccagni verso Bijlow è una macchia evidente e racconta la sua partita: personalità ancora da consolidare, letture da accelerare, qualche scelta troppo fragile quando la pressione sale.
Ostigard, invece, ha retto meglio. Non una partita monumentale, ma la più solida dei tre dietro. Ha preso un giallo presto, elemento non comodo per un centrale, ma ha continuato a stare dentro la gara e al 77’ ha murato una conclusione sotto misura di Zaccagni. Quando la difesa traballa, chi resta in piedi senza fare rumore merita una sottolineatura.
Colombo, il peso delle attese e quel salto di qualità che non può restare sempre domani
Lorenzo Colombo è ormai un giocatore del Genoa a titolo definitivo: la salvezza della scorsa stagione ha fatto scattare l’obbligo di riscatto dal Milan, operazione indicata intorno ai 7 milioni. Non è più una scommessa provvisoria, dunque. È un investimento. E proprio per questo va valutato con una franchezza maggiore.
All’Olimpico la sua partita non può essere liquidata solo con “ha ricevuto pochi palloni”. È vero, il Genoa ha prodotto poco: 8 tiri totali, uno solo nello specchio, arrivato addirittura nel recupero con il colpo di testa di Frendrup. Ma dentro quel poco Colombo è rimasto quasi sempre laterale alla partita, più presenza teorica che minaccia reale. La cronaca registra due falli subiti nel primo tempo, al 12’ e al 24’, poi un tiro fuori all’80’. Troppo poco per un centravanti che, nelle intenzioni, dovrebbe essere l’uomo delle grandi speranze rossoblù.
Il movimento del tiro è stato buono: attacco dello spazio, coordinazione, conclusione. È esattamente il tipo di gesto che Colombo dovrebbe moltiplicare, non lasciare isolato come una cartolina in mezzo a novanta minuti opachi. Perché il problema non è la singola partita storta. Il problema è la continuità del dubbio: il salto di qualità arriverà davvero? I gol arriveranno con regolarità? O il Genoa continuerà ad aspettare una maturazione che, nel frattempo, costa punti, occasioni e partite?
C’è poi un aspetto di atteggiamento che va trattato con prudenza, ma non ignorato. Dopo l’ingresso di Osmajic al 63’ al posto di Vitinha, Colombo non ha dato la sensazione di accendersi nella nuova convivenza offensiva. Anzi, è progressivamente sparito dal centro della scena. Non si può entrare nella testa di un giocatore, quindi parlare di “prima donna” sarebbe più slogan che analisi. Però il linguaggio del campo dice che un centravanti titolare deve reagire alla concorrenza mordendo di più, non abbassando la presenza. Se arriva un nuovo attaccante, la risposta non può essere scomparire: deve essere occupare meglio l’area, chiamare il pallone, farsi sentire sui centrali, trasformare la competizione interna in energia.
Colombo non va demolito. Ha età, struttura, margini, un riscatto sulle spalle e una stagione davanti per dimostrare di poter essere qualcosa di più di un attaccante “quasi”. Ma il Genoa non può permettersi di aspettare all’infinito. Una squadra che fatica a segnare ha bisogno di una punta che trasformi il poco in molto, non di una promessa che chiede sempre altro tempo. E se De Rossi continua a ripetere che bisogna tirare e segnare di più, il primo posto in cui cercare una risposta resta inevitabilmente lì, davanti alla porta.
Niente panico: il calendario era duro, Como sarà ancora più difficile
Non è il momento dell’allarmismo. Due partite, zero punti, zero gol: brutto, sì. Ma il Genoa ha cominciato contro Napoli e Lazio. Ora arriva il Como, venerdì 4 settembre al Ferraris, e sarà una gara forse ancora più complicata per tipo di avversario: squadra brillante, allenata, capace di palleggiare e di mettere sotto anche avversari di livello, come ha ricordato lo stesso De Rossi parlando della prestazione dei lariani contro il Napoli.
La classifica oggi dice zero. Il campo, però, dice qualcosa di meno definitivo. Dice che il Genoa ha una base, ma deve completarsi. Dice che De Rossi ha lucidità, ma aspetta risposte dal mercato e dalla crescita interna. Dice che il Grifone non può vivere soltanto di organizzazione: servono uno contro uno, verticalità, più conclusioni, più qualità negli ultimi trenta metri.
E dice anche una cosa che a Genova si capisce bene: non si pretende la luna, ma non ci si accontenta del buio. Il Genoa deve ripartire venerdì con la rabbia giusta, non con la paura. Perché perdere a Roma può capitare. Restare senza mordere, no.