Daniele De Rossi con barba e abito scuro durante il confronto post partita tra Lazio e Genoa, segnato da tensione

Daniele De Rossi, allenatore della Roma, al centro del confronto con il giornalista Augusto Sciscione dopo Lazio-Genoa e la sconfitta rossoblù.

Il dopopartita di Lazio-Genoa non ha raccontato soltanto una sconfitta rossoblù e una conferenza stampa nervosa. Ha raccontato soprattutto un cortocircuito comunicativo: una domanda nata da un episodio di campo, il pallone non restituito alla Lazio nel finale, è diventata in pochi secondi un confronto personale tra Daniele De Rossi e un giornalista dell’area romana, Augusto Sciscione, con dentro Roma, Lazio, Ostiamare, vecchie ruggini e identità calcistiche che con il Genoa c’entrano poco.

Tutto nasce da una domanda sul finale di gara: Mandas avrebbe messo fuori il pallone per permettere i soccorsi a Ostigard, ma il Genoa non lo avrebbe restituito. Da lì il giornalista avrebbe chiesto a De Rossi se i valori dello sport li insegni anche ai propri giocatori. La risposta del tecnico è stata dura, personale, arrivando a contestare il pregresso dell’interlocutore e alcune sue uscite televisive su di lui, sulla Roma e sull’Ostiamare.

Guarda l’episodio ripreso da Mediaset

Il tema, però, merita un’analisi più seria della solita rissa da dopopartita. Perché qui non siamo davanti solo a un allenatore che perde la pazienza. Siamo davanti a una dinamica comunicativa precisa: quando una domanda smette di interrogare un fatto e inizia a mettere sotto processo la persona.

La domanda era legittima. La cornice molto meno

Partiamo dal punto più semplice: chiedere conto dell’episodio del pallone non restituito era legittimo. In un finale teso, con un giocatore a terra e una squadra che si aspetta il gesto di fair play, un giornalista ha pieno diritto di domandare all’allenatore cosa sia successo, se abbia visto l’episodio, se ne parlerà con i giocatori e se ritenga corretta la scelta della squadra.

La domanda poteva essere dura e inattaccabile: “Mister, nel finale Mandas mette fuori il pallone per consentire i soccorsi a Ostigard e il Genoa non lo restituisce. Come valuta l’episodio?”. Punto. Domanda diretta, scomoda, giornalisticamente pulita.

Invece, secondo i resoconti, il riferimento ai “valori dello sport” ha spostato la questione su un altro piano. Non più il comportamento del Genoa in una specifica azione, ma la coerenza morale di De Rossi. E qui il terreno cambia. Non si chiede una spiegazione tecnica o comportamentale: si costruisce una cornice accusatoria.

Chi si occupa di comunicazione politica conosce bene il meccanismo. Non si domanda soltanto “perché ha fatto questa scelta?”, ma si suggerisce: “Lei predica certi valori, poi però si comporta così?”. È una domanda-processo. Può essere efficace sul piano mediatico, ma è molto rischiosa sul piano professionale, perché sposta la discussione dal fatto alla persona.

Nel calcio, dove identità e appartenenze sono benzina versata vicino al fuoco, questo tipo di cornice accende tutto molto in fretta.

Il precedente pubblico conta, ma va maneggiato con prudenza

Non possiamo attribuire intenzioni personali a Sciscione. Sarebbe scorretto e, soprattutto, non necessario. Possiamo però analizzare il contesto pubblico in cui quella domanda arriva.

A luglio, ci sono state alcune dichiarazioni molto dure dello stesso Sciscione sull’amichevole tra Lazio e Ostiamare, club presieduto da Daniele De Rossi. In quell’intervento il giornalista contestava con forza l’opportunità di far entrare a Formello una società legata all’ex bandiera romanista, richiamando anche precedenti sfottò e tensioni con l’ambiente laziale.

E quando una domanda sul fair play arriva da un interlocutore che ha già espresso posizioni molto dure sulla figura di De Rossi e sull’Ostiamare, la percezione dell’allenatore cambia. Non sente più soltanto una domanda sul Genoa. Sente una domanda caricata di storia personale, romanità, derby e vecchie frizioni.

Questo non giustifica automaticamente la reazione. La spiega.

De Rossi ha capito la trappola, ma ha concesso il titolo

De Rossi, da comunicatore istintivo, ha letto subito il frame. Non ha accettato di farsi processare sui “valori” e ha ribaltato la domanda: prima di chiedere i valori a me, guardiamo anche come tu parli di me. È una mossa tipica di chi rifiuta la cornice dell’accusa. In politica si fa spesso: quando l’avversario prova a chiuderti dentro un’etichetta morale, tu non rispondi solo sul merito, ma contesti la legittimità di chi ti sta incorniciando.

Sul piano emotivo, De Rossi ha colpito. Sul piano comunicativo, però, ha anche rischiato molto. Perché quando una risposta diventa personale, e ancora di più quando scivola su espressioni offensive, il controllo della scena si perde. Il contenuto passa in secondo piano, la clip diventa il fatto, il titolo si scrive da solo.

È qui che De Rossi deve crescere come allenatore di una piazza diversa da Roma. Non perché debba snaturarsi. Anzi, una parte della sua forza sta proprio nell’essere diretto, vivo, poco plastificato. Ma il Genoa ha bisogno del De Rossi allenatore, non del De Rossi risucchiato ogni volta nel teatro infinito Roma-Lazio.

La differenza è sottile ma decisiva. Rispondere con fermezza era giusto. Personalizzare troppo è stato un regalo all’interlocutore e al rumore.

Il punto genoano: il Grifone non può diventare comparsa

Il cuore della vicenda sta qui: il Genoa non deve diventare comparsa nel derby degli altri.

De Rossi oggi rappresenta il Grifone. Non la Roma. Non l’Ostiamare. Non una memoria emotiva dell’Olimpico. Le domande difficili vanno fatte, anche dure, anche scomode. Ma devono restare sul Genoa, sulla partita, sui comportamenti della squadra, sulle scelte tecniche e sulla gestione del finale.

Quando invece il confronto scivola sulla biografia romanista dell’allenatore, il Genoa sparisce dal quadro. E questo è il vero problema. Perché dopo Lazio – Genoa i temi sportivi erano enormi: seconda sconfitta consecutiva, zero punti, zero gol, pochissimi tiri, difficoltà negli ultimi trenta metri, necessità di mercato e di maggiore verticalità.

De Rossi, nel postpartita, aveva detto cose molto più importanti della lite in sala stampa. Ha spiegato che il Genoa tira poco, che arriva fino alla trequarti ma fatica a concludere, che serve più qualità negli ultimi metri e che non si può tornare troppe volte dal portiere perdendo profondità. Sono parole tecniche, serie, centrali per capire il momento rossoblù.

Ecco il paradosso: la conferenza avrebbe dovuto ruotare attorno a questo. Invece il titolo è diventato lo scontro personale. Dal punto di vista mediatico è comprensibile. Dal punto di vista genoano è un danno narrativo.

Il giornalista e il confine tra domanda dura e domanda identitaria

Qui va fatta un’analisi anche sul ruolo del giornalista, senza scivolare nell’attacco personale. Il giornalismo sportivo può essere appassionato, territoriale, persino ruvido. Nessuno chiede una neutralità da laboratorio. Ma più una domanda è scomoda, più deve essere precisa.

Il Codice deontologico dei giornalisti richiama principi come verità sostanziale dei fatti, lealtà, buona fede e continenza espressiva. Non sono decorazioni da convegno. Sono ferri del mestiere, soprattutto quando si lavora in ambienti caldi come una sala stampa dopo una partita di Serie A.

La domanda sul pallone non restituito era nel perimetro del diritto di critica. Il problema nasce quando il diritto di critica prende la forma di una contestazione valoriale alla persona. Perché a quel punto l’interlocutore non è più chiamato a spiegare un episodio: è chiamato a difendere la propria reputazione pubblica.

È una tecnica comunicativamente efficace, ma giornalisticamente discutibile se non è sorretta da una costruzione chirurgica. Soprattutto se l’interlocutore ha un passato simbolico pesantissimo nello stadio in cui si trova, davanti a un ambiente che non lo percepisce mai come un allenatore qualunque.

La domanda difficile migliore è quella che non ha bisogno di sottotesto. Fa male perché è precisa, non perché contiene una trappola.

Il fair play resta un tema, ma non va usato come clava

Resta naturalmente il merito dell’episodio. Se il Genoa non ha restituito il pallone dopo l’uscita di Mandas per consentire i soccorsi a Ostigard, il tema esiste. Non va cancellato perché la domanda è stata posta male. Una squadra deve sapere gestire anche questi momenti, perché il fair play non è solo galateo: è linguaggio di campo, rispetto reciproco, controllo emotivo.

Ma il fair play non può diventare una clava morale brandita soltanto per colpire l’allenatore. Va chiesto ai giocatori, alla panchina, al contesto dell’azione, alla confusione del finale, alla tensione agonistica. Va analizzato, non trasformato in un processo istantaneo.

De Rossi avrebbe potuto rispondere così: “Ne parlerò con i ragazzi. Se c’è stato un errore di comportamento, lo valuteremo. Ma non accetto lezioni generiche sui valori da chi da tempo usa certi toni nei miei confronti”. Sarebbe stata una risposta durissima, ma blindata. Avrebbe tenuto insieme fermezza e controllo. Avrebbe tolto il fiammifero dalle mani dell’altro.

Invece la temperatura è salita. E quando sale troppo, brucia anche ciò che sarebbe utile discutere.

Una lezione di comunicazione per De Rossi e per il Genoa

Questa vicenda consegna una lezione semplice: De Rossi è una risorsa comunicativa enorme per il Genoa, ma proprio per questo va protetto e deve proteggersi.

È un allenatore che parla in modo vero, non prefabbricato. Ha cultura calcistica, presenza, memoria di spogliatoio, capacità di spiegare il campo senza sembrare un algoritmo tattico. Quando parla di verticalità, qualità, coraggio, tiri in porta, mercato e identità, il Genoa guadagna autorevolezza.

Ma Roma se lo porta dietro. Sempre. Ogni volta che torna all’Olimpico, ogni volta che incrocia una domanda di ambiente laziale, ogni volta che spunta l’Ostiamare, il rischio è che la sua biografia travolga la sua panchina attuale. E il Genoa non può permetterselo.

La società dovrebbe aiutarlo con una linea comunicativa chiara: De Rossi parla da allenatore del Genoa. Le domande sulla partita si affrontano. Le provocazioni personali si disinnescano. Le trappole identitarie si lasciano cadere. Non serve sterilizzarlo, sarebbe un errore. Serve incanalarlo.

Perché il Genoa ha bisogno del suo fuoco, non del fumo che si alza quando qualcuno gli butta addosso il passato.

La conclusione: domande dure sì, derby supplementari no

Il Grifone non deve finire dentro una storia che non gli appartiene. Lazio-Genoa doveva lasciare in eredità una discussione su tiri, qualità offensiva, mercato, scelte di De Rossi e risposta della squadra in vista del Como. Invece per qualche ora il Genoa è diventato lo sfondo di un vecchio derby romano.

E questo non deve succedere.

Il Genoa non ha bisogno di proteggere De Rossi dalle domande difficili. Ha bisogno che le domande difficili restino sul Genoa. Sul campo. Sui gol che non arrivano. Sui giocatori che devono incidere. Sulle scelte della società. Sul futuro di una squadra che oggi ha più urgenza di trovare la porta che di entrare nel romanzo infinito dell’Olimpico.

Perché De Rossi può anche avere ancora addosso Roma. Ma oggi indossa il Genoa. E il Genoa merita di essere il centro della storia, non la comparsa nella polemica degli altri.

Valentina Jannacone

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