Allenatore del Genoa in abito scuro sul campo: Daniele De Rossi davanti a uno stadio notturno con fumogeni e curva rosso-blu, tra scritte celebrative.

Daniele De Rossi sul campo del Genoa, tra fumogeni e striscioni con “Passione” e “30 anni” allo stadio.

All’indomani della conferenza stampa, a bocce ferme come si suol dire, rivediamo le parole di DDR e affrontiamo il vero quesito: il futuro è un’ipotesi, come cantava Enrico Ruggeri, ma per il Genoa è tempo di affrontare la domanda sul chi voglia diventare

Daniele De Rossi non ha chiuso la porta al Genoa. Anzi, ha fatto capire il contrario. Ha detto di stare bene a Genova, di sentire l’affetto della gente, di non avere fretta di andare via e persino di immaginare un percorso ambizioso. Ma ha anche scelto parole da uomo di calcio, non da innamorato ingenuo: “non voglio fare promesse che poi non si possono mantenere”. Traduzione, senza troppi veli: il Genoa gli piace, i tifosi gli hanno dato tanto, ma la sua permanenza dipenderà anche da che squadra la società metterà davvero in piedi.

È un passaggio delicato, e per questo interessante. De Rossi non sta facendo un ricatto. Sta facendo l’unica cosa che un allenatore serio deve fare dopo aver raggiunto l’obiettivo: chiedere chiarezza. Non sulle parole, ma sui giocatori. Non sulle intenzioni, ma sulla rosa. Perché il calcio è pieno di abbracci a maggio e di esoneri a novembre.

Il Genoa ha dato una grande occasione a De Rossi. Lui l’ha sfruttata

Va detto con equilibrio: il Genoa ha dato a De Rossi una grande opportunità. Dopo l’esonero di Patrick Vieira, arrivato al termine di un avvio senza vittorie, il club ha scelto un tecnico ancora giovane, forte per personalità e idee, ma reduce da esperienze non semplici. Vieira fuori dopo tre pareggi e sei sconfitte nelle prime nove giornate, Genoa ultimo, prima vittoria arrivata con la gestione temporanea Murgita-Criscito a Sassuolo.

De Rossi quell’occasione l’ha presa. Non ha inventato il calcio del futuro, non ha trasformato il Genoa in una squadra spettacolare, ma gli ha restituito compattezza, fiducia, presenza emotiva. Ha dato alla squadra una forma. Ha riportato il Grifone dentro la Serie A quando la stagione stava prendendo una piega pericolosa.

La salvezza ha fatto scattare il rinnovo automatico del contratto, ma il rinnovo formale non basta a chiarire il futuro. Anzi, oggi la vera partita comincia proprio qui: De Rossi ha un contratto, il Genoa ha un allenatore, ma serve capire se entrambi vogliono davvero lo stesso campionato.

Il precedente Gilardino pesa più di quanto sembri

De Rossi non è sprovveduto. Sa benissimo che nel calcio l’affetto conta fino a un certo punto. A Genova basta ricordare Alberto Gilardino.

Gilardino ha riportato il Genoa in Serie A, lo ha salvato, ha dato continuità a un gruppo che non era nato per dominare. Poi, nell’estate successiva, la squadra è stata alleggerita in punti sensibili: Mateo Retegui è passato all’Atalanta, Albert Gudmundsson alla Fiorentina, Josep Martinez all’Inter. Già nel gennaio precedente era partito Radu Dragusin, altra perdita enorme per struttura e prospettiva. Le cifre poi emerse sul bilancio rossoblù confermano il peso economico di quelle operazioni: Gudmundsson, Retegui e Martinez sono stati tre incassi pesanti, ma anche tre colonne tecniche tolte a una squadra che doveva restare competitiva.

Gilardino, per gusto personale, non mi ha mai entusiasmato come proposta di gioco. Troppo prudente, troppo basso, troppo legato all’idea di resistenza. Però sarebbe ingeneroso non riconoscere che ha pagato anche colpe non sue. La società gli ha tolto giocatori decisivi, poi è stato lui a presentarsi davanti al plotone quando i risultati non arrivavano. Il Genoa lo ha esonerato nel novembre 2024, quando la squadra era diciassettesima con 10 punti dopo 12 giornate.

E Vieira? Discorso diverso, ma non del tutto. Anche lui non convinceva per idea di gioco: calcio spesso scolastico, poco incisivo, poca produzione offensiva, un Gila rdino fortunato nella sua prima parte di esperienza in Rossoblu. Ma anche Vieira ha lavorato dentro una squadra costruita con incastri complicati, dopo altre cessioni e con una rosa non sempre coerente. Nell’estate 2025 sono usciti profili pesanti o futuribili come Honest Ahanor, passato all’Atalanta, e Koni De Winter, finito al Milan. Inoltre il Genoa non ha trattenuto Andrea Pinamonti, che aveva garantito doppia cifra nella stagione precedente.

Questo è il punto: l’allenatore può piacere o non piacere, ma se la rosa viene indebolita, alla fine paga sempre lui. Non il procuratore. Non il dirigente. Non il comunicato elegante. L’allenatore.

De Rossi chiede garanzie perché conosce il mestiere

Quando De Rossi dice che sta bene al Genoa ma non fa promesse, sta parlando da tecnico che sa leggere la stanza. Non sta cercando una via di fuga. Sta dicendo: se dobbiamo andare avanti, facciamolo seriamente.

Le sue parole dopo Fiorentina-Genoa vanno lette così. Ha parlato con Sucu, Blazquez e Lopez. Ha fatto capire che se non avesse intenzione di restare, non avrebbe senso discutere di futuro. Ma ha anche ricordato che il calcio “cambia di settimana in settimana”. È una frase semplice, quasi ruvida, ma dentro c’è tutto: De Rossi vuole restare, però vuole sapere con quali strumenti.

E fa bene. Perché il Genoa non può permettersi un altro anno costruito con l’idea del “vediamo cosa succede”. Il Grifone ha bisogno di una squadra pensata, non rattoppata. Giovani sì, ma non solo giovani. Esperti sì, ma non solo giocatori da gestione dell’emergenza. Serve alternanza vera: profili futuribili, più due o tre colonne capaci di guidare la squadra quando la partita diventa cattiva.

Tre ruoli veri: difensore, play, attaccante

Il Genoa che serve a De Rossi non ha bisogno di dieci acquisti. Ha bisogno di tre acquisti giusti.

Il primo è un difensore centrale di esperienza. Non necessariamente un nome da copertina, ma uno che sappia comandare la linea, alzare la voce, leggere la profondità, aiutare i giovani nei momenti in cui Marassi cambia temperatura e ogni pallone diventa un esame. Il Genoa ha difensori interessanti, Vasquez insostituibile e Ostigard determinante seppur carente nella fase di costruzione, ma per crescere serve un ulteriore riferimento.

Il secondo è un play. Un centrocampista che non viva solo di corsa e recupero, ma che sappia orientare il gioco. Amorim non è ancora giudicabile, ma appare non veloce di pensiero come servirebbe nel nostro tipo di calcio. De Rossi, per storia calcistica e sensibilità tattica, sa quanto pesi quel ruolo. Il Genoa ha bisogno di qualcuno che riceva sotto pressione, giri il corpo, scelga quando verticalizzare (velocità di pensiero, appunto) e quando addormentare la partita. Senza un giocatore così, si resta spesso prigionieri della transizione, dell’episodio, della palla sporca.

Il terzo è l’attaccante. Qui bisogna essere chiari: al Genoa non serve una punta da sette gol raccontata come se fosse una garanzia. Serve un centravanti che possa portare almeno 10-12 reti, meglio se non dipendenti dai rigori. Un attaccante di peso, non soltanto fisico: peso tecnico, peso psicologico, peso dentro l’area. Uno che quando il Genoa fa fatica, trasformi un cross normale in un pericolo e una mezza palla in un risultato.

Colombo, Riso e il nodo delle responsabilità

Lorenzo Colombo resta un caso da maneggiare con onestà. La salvezza ha fatto scattare l’obbligo di riscatto dal Milan di 7 milioni. È un investimento, dunque va gestito bene. Ma ciò non significa che debba diventare per forza il centravanti titolare del prossimo Genoa.

Colombo è assistito da Giuseppe Riso, attraverso GR Sports. Lo stesso vale per Honest Ahanor nell’operazione con l’Atalanta, Valentin Carboni e Cristian Galvano nelle operazioni Genoa, oltre a Koni De Winter nell’operazione con il Milan.

Questo non significa che ogni operazione sia sbagliata. Sarebbe una lettura rozza. Riso è un procuratore importante, con una rete di giocatori di alto livello, e un club come il Genoa deve saper parlare con tutti gli interlocutori forti del mercato. Il problema nasce solo se il rapporto con un agente diventa più importante della funzionalità tecnica dei giocatori.

Vale anche per il rapporto operativo con Diego Lopez, oggi figura centrale dell’area sportiva rossoblù. Lopez è arrivato al Genoa dopo l’addio di Marco Ottolini e ha ereditato una situazione complessa, poi rimessa in carreggiata anche grazie all’arrivo di De Rossi.

Il punto politico, stavolta sì, è questo: se arrivano giocatori non adatti, non pagherà il procuratore. Pagherà l’allenatore. È sempre così. Per questo De Rossi ha tutto il diritto di chiedere certezze.

Ahanor, Trapani e la linea giovani

La vicenda Ahanor resta una fotografia perfetta del bivio rossoblù. L’Atalanta lo ha acquistato a titolo definitivo dal Genoa nel luglio 2025, presentandolo come un 17enne mancino già capace di essere il primo 2008 schierato titolare in Serie A. Per il Genoa è stata un’operazione economicamente pesante, ma tecnicamente dolorosa: vendere un ragazzo così presto significa incassare subito, ma anche rinunciare a una parte di futuro.

Nello stesso periodo il Genoa ha affidato il settore giovanile maschile a Roberto Trapani, ufficializzato il 1° luglio 2025. È una scelta interessante, perché Trapani porta esperienze maturate nei vivai di Milan, Monza e Roma. Se il club vuole davvero costruire una filiera, questo è un segnale. Ma la filiera non può essere solo una parola da conferenza: deve produrre giocatori, trattenere i migliori quando possibile, portarli in prima squadra senza paura.

I giovani non vanno idolatrati, ma nemmeno venduti appena brillano. Certo, le cifre che possiamo immaginare dalle cessioni sono quelle già viste, pr esempio, con Lipani: non abbiamo palcoscenici che possano valorizzare e far lievitare le cifre. Il Genoa deve trovare equilibrio: valorizzare, sì; monetizzare, quando serve; ma anche avere il coraggio di tenere chi può diventare identità tecnica.

Salvezza tranquilla? Bene, ma non sia un soffitto basso

Dai primi orientamenti raccontati intorno all’ambiente, il prossimo obiettivo potrebbe essere una salvezza tranquilla. Va bene. Nessuno chiede proclami europei, nonostante De Rossi abbia usato proprio l’Europa come immagine ambiziosa del futuro. Il Genoa deve crescere con intelligenza, non con i fuochi d’artificio.

Però “salvezza tranquilla” non può diventare il nome elegante della mediocrità. Una salvezza tranquilla si costruisce alzando il livello, non vendendo i migliori e sperando che l’allenatore faccia miracoli. Si costruisce con un centrale esperto, un play vero, un attaccante da doppia cifra, giovani scelti bene e un gruppo che abbia fame.

De Rossi merita appoggio. Non perché sia De Rossi, non per il nome, non per la carriera da calciatore. Lo merita perché ha dimostrato di poter entrare in un Genoa complicato e dargli una direzione. Ma ora serve che anche la società faccia la propria parte.

Sucu, Blazquez e Lopez hanno una grande occasione: trasformare la salvezza in un punto di partenza. Non serve promettere la luna, perché a Genova la luna si guarda meglio quando non viene venduta a rate. Serve promettere serietà. E mantenerla con i fatti.

Il tifoso genoano non pretende l’impossibile. Pretende solo di non essere preso per distratto. Sa riconoscere un progetto vero da una toppa cucita in fretta. E oggi la domanda è tutta qui: il Genoa vuole tenersi De Rossi dandogli una squadra all’altezza, oppure vuole chiedergli un altro miracolo e poi stupirsi se il calcio, come sempre, presenterà il conto?

Valentina Jannacone

Domanda finale per voi: De Rossi deve restare solo davanti a garanzie tecniche precise, oppure il Genoa può ripartire anche con un progetto più prudente?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *