Genoa in festa a Bergamo: giocatori e tifosi con bandiere rosso-blu, sul prato dopo la salvezza in Serie A

Genoa festeggia a Bergamo con i tifosi: la salvezza in Serie A è ormai realtà

Il Genoa ha fatto il mestiere più urgente: restare in Serie A prima dell’ultima curva. A tre giornate dalla fine, il Grifone è quattordicesimo con 40 punti, frutto di 10 vittorie, 10 pareggi e 15 sconfitte, con 40 gol fatti e 48 subiti. Restano Fiorentina, Milan e Lecce, ma il dato politico della stagione è già scritto: il Genoa si è salvato. Il punto, ora, è capire se si accontenterà di aver evitato il fuoco o se userà questa salvezza per costruire finalmente una squadra più solida, più giovane e più coraggiosa.

La stagione 2025/2026 del Genoa è stata una linea spezzata. Una prima parte povera, impaurita, quasi senza respiro offensivo. Una scossa emotiva affidata a Roberto Murgita e Domenico Criscito. Poi l’arrivo di Daniele De Rossi, che non ha trasformato il Genoa in una macchina spettacolare, ma gli ha restituito ordine, peso, dignità agonistica e una certa idea di futuro. Non poco, se si pensa da dove era partita questa storia.

Il campionato in due atti: prima la paura, poi la ricostruzione

Le prime nove giornate sono state il punto più basso. Patrick Vieira ha lasciato il Genoa dopo una striscia senza vittorie, con tre pareggi e sei sconfitte. Quattro gol segnati in nove partite: un numero che spiega più di molte analisi il problema principale di quel Genoa. Una squadra lunga, lenta nella circolazione, poco feroce negli ultimi metri, spesso costretta a difendere per sopravvivere senza avere poi gli strumenti per ferire davvero.

Il calendario iniziale racconta bene il peso di quella frenata: 0-0 con il Lecce, sconfitte contro Juventus e Lazio, pari a Como, ko a Bologna e Napoli, poi Parma, Torino e Cremonese. Non era solo una questione di risultati. Era la sensazione che il Genoa facesse una fatica enorme a produrre calcio offensivo credibile. Troppo poco gioco dentro il campo, troppo poco movimento senza palla, poca presenza in area. La salvezza, in quel momento, sembrava già una corsa sporca.

Poi Sassuolo. La vittoria per 2-1 con Murgita e Criscito in panchina non ha cambiato il campionato da sola, ma ha cambiato l’aria. Il Genoa aveva bisogno di una botta di vita, di giocatori che ritrovassero entusiasmo e fiducia, più ancora che di una lavagna tattica. In quella partita ha trovato la prima vittoria in campionato, un segnale alla classifica e soprattutto allo spogliatoio.

De Rossi è arrivato il 6 novembre 2025. Il comunicato ufficiale del club lo ha presentato come nuovo responsabile tecnico della prima squadra, dopo l’interregno affidato a Murgita con Criscito al fianco. Da lì è iniziato un altro campionato: non perfetto, non lineare, ma più riconoscibile.

De Rossi ha rimesso il Genoa dentro una forma

Il merito principale di De Rossi non è stato inventare un Genoa scintillante. Sarebbe una forzatura. Il merito è stato dare una struttura a una squadra che sembrava scivolare. Il Grifone ha iniziato a difendere con più compattezza, ad accettare anche partite sporche, ad alzare il baricentro in alcuni momenti senza perdere completamente equilibrio. Sono arrivati risultati pesanti: il 3-0 al Cagliari, il 3-2 al Bologna, il 2-1 alla Roma, il successo a Pisa, il pareggio recente a Bergamo contro l’Atalanta. In mezzo ci sono state anche cadute, alcune nette, ma la squadra non è più sembrata appesa soltanto alla giornata buona del singolo.

La salvezza matematica ha fatto scattare anche il rinnovo automatico di De Rossi. È un passaggio importante, ma non basta a definire il progetto. Il Genoa dovrà decidere se De Rossi sarà solo l’allenatore che ha portato la nave in porto o il tecnico intorno al quale costruire una rosa più coerente.

Perché una cosa va detta: questo Genoa si è salvato, ma ha ancora troppi giocatori “adattati” più che perfettamente funzionali. Ha qualità sparse, non sempre collegate. Ha temperamento, ma non sempre controllo. Ha interpreti interessanti, ma in alcuni ruoli manca proprio il giocatore giusto.

I migliori: Frendrup, Vasquez, Ostigard, Martin e il peso di Malinovskyi

Morten Frendrup resta il cuore agonistico del Genoa. I numeri spiegano la sua centralità: 36 presenze, 3.047 minuti, 2 gol. Non è il centrocampista che ti addolcisce la partita con la giocata verticale da copertina, non quello che sorprende per un tiro calibrato, anzi… ma è quello che tiene insieme le crepe. Corre, copre, legge seconde palle, sporca linee di passaggio, accorcia in avanti quando gli altri esitano.

La domanda è inevitabile: fuori da questo contesto, in una grande squadra, sarebbe altrettanto importante? La risposta più onesta è: dipende dalla grande squadra. In un sistema dominante, che vive di possesso posizionale e qualità tecnica negli ultimi trenta metri, alcuni suoi limiti verrebbero più esposti. In una squadra europea che pressa, riaggredisce e chiede intensità mentale prima ancora che estetica, Frendrup avrebbe eccome un senso. Non come stella, ma come ingranaggio prezioso. Il Genoa, però, deve fare una riflessione fredda: venderlo avrebbe senso solo se quella cessione finanziasse due titolari veri. Altrimenti si rischia di togliere il motore per comprare la carrozzeria.

Johan Vasquez è stato un altro riferimento. La continuità dice molto: 38 presenze e 3.398 minuti. È uno di quei difensori che non fanno sempre rumore, ma pesano nella stagione perché ci sono quasi sempre. Accanto a lui, Leo Ostigard ha portato fisicità, impatto e anche gol: 30 presenze, 2.555 minuti, 5 reti. Aaron Martin, con 32 presenze, 1 gol e 6 assist, ha dato una produzione laterale importante per una squadra che spesso ha faticato a creare superiorità pulita. Pecca più del solito in fase difensiva, ma dal centrocampo in su i suoi assist e il suo piede sono preziosi.

Poi c’è Ruslan Malinovskyi, il caso più delicato. I dati sono buoni: 33 presenze, 2.179 minuti, 6 gol e 3 assist. Ha deciso partite, ha portato tiro, personalità, durezza mentale. È un lottatore e questo a Genova non è mai un dettaglio ornamentale.

Eppure, proprio qui bisogna essere lucidi. Malinovskyi dispiace perderlo, se davvero si aprirà la porta dell’uscita, ma è sacrificabile. Non perché sia scarso, sarebbe una sciocchezza. È sacrificabile perché gioca quasi solo sul sinistro, perché sul lungo periodo il passo non è più quello di un centrocampo che vuole salire di livello, perché il Genoa deve investire su profili futuribili e sostenibili. Le voci sul Trabzonspor sono state rilanciate da più fonti, con trattativa indicata come concreta o avanzata, ma non siamo davanti a un’ufficialità. C’è anche disallineamento tra fonti pubbliche sulla sua situazione contrattuale, quindi la prudenza è obbligatoria. Scenario sì, certezza no.

Se arriva una proposta economicamente interessante, il Genoa deve ascoltarla. Con rispetto, senza brutalità. Malinovskyi ha dato, potrebbe dare. Ma la prossima squadra non può nascere dalla nostalgia per un sinistro potente.

Colombo, il nodo dell’attacco e il problema dei 7 gol

Lorenzo Colombo è il tema che più divide. L’obbligo di riscatto dal Milan di 7 milioni dopo la salvezza matematica, cambia il quadro: non è più solo un prestito da valutare, ma un patrimonio tecnico ed economico da gestire.

Il giudizio, però, resta quello che il campo suggerisce da mesi: Colombo può avere utilità, può crescere, può lavorare meglio dentro una squadra più produttiva. Ma oggi non convince come prima opzione per l’attacco del Genoa. Ha chiuso fin qui con 37 presenze, 2.249 minuti, 7 gol e 2 assist. Sono numeri dignitosi, non da centravanti titolare di una squadra che vuole smettere di vivere in apnea.

Il punto non è chiedere a Colombo di diventare improvvisamente un bomber da venti reti. Il punto è che al Genoa serve una punta capace di garantire almeno 10-12 gol, possibilmente non gonfiati dai rigori, e soprattutto capace di dare alla squadra un riferimento più completo: attacco della profondità, presenza in area, gioco spalle alla porta, cattiveria sui cross, capacità di trasformare mezze occasioni in partite sbloccate.

Colombo, a questo punto, potrebbe essere anche una pedina. Non necessariamente un problema. Se il Genoa lo riscatta, può usarlo dentro una rotazione, valorizzarlo, oppure inserirlo in operazioni che portino giocatori più adatti all’idea di De Rossi. Perché la sensazione tecnica è proprio questa: De Rossi sembra aver bisogno di un attaccante diverso, più mobile, più feroce, più continuo nella pressione e nell’attacco dell’area. Colombo ha ancora margini, ma il Genoa non può consegnargli da solo il peso del gol.

Norton-Cuffy, Amorim e quei talenti rimasti a metà strada

Brooke Norton-Cuffy era partito con un profilo interessante: gamba, potenza, ampiezza, voglia di puntare il campo. I numeri restano buoni per un esterno: 28 presenze, 2.354 minuti, 2 gol e 1 assist. Poi qualcosa si è perso, anche per l’infortunio muscolare che ha complicato il percorso.

Non è un giocatore da bocciare. Sarebbe ingeneroso. Ma è uno di quei profili che chiedono una scelta chiara: o lo si sviluppa davvero, lavorando su postura difensiva, sulla capacità di saltare l’uomo, che un po’ manca al Genoa, su tempi di uscita, scelta dell’ultimo passaggio, oppure rischia di rimanere un corridore di talento senza piena efficacia. Nel calcio moderno, l’esterno non può essere soltanto gamba. Deve sapere quando accelerare e quando fermare la partita. Norton-Cuffy oggi ha ancora questa doppia anima: interessante, ma non risolta.

Alexsandro Amorim, arrivato a gennaio, ha raccolto 8 presenze e 317 minuti. Troppo poco per una sentenza, abbastanza per una prima impressione. Nei passaggi è apparso spesso elementare, qualche spunto lo ha mostrato, ma senza incidere davvero. Va aspettato, anche perché ha vent’anni, ma senza l’alibi pigro dell’età. Se sei nel Genoa, in Serie A, devi crescere in fretta. Non per ansia, ma per necessità.

Il calcio europeo è pieno di ragazzi che a vent’anni non vengono trattati come oggetti fragili da museo. In Premier League, negli ultimi anni, molti giovani hanno giocato minuti veri, sbagliando anche, ma restando dentro il campo. Il Genoa – e il calcio italiano in generale – deve cambiare mentalità: giovane non significa acerbo per definizione. Significa investimento da proteggere, certo, ma anche da mettere alla prova.

Bijlow, un portiere moderno da non trasformare in altro

Il tema portieri merita una parentesi seria. Nicola Leali ha giocato 23 partite, Justin Bijlow 14. La rotazione è stata figlia anche di momenti, condizioni, scelte tecniche. Ma Bijlow resta un portiere moderno, non un portiere da addomesticare fino a svuotarlo.

La sua forza sta nell’esuberanza controllata, o da controllare senza cancellarla: gioco coi piedi, posizione alta, uscite aggressive, coraggio anche fuori porta, partecipazione alla costruzione. Bijlow è quel tipo di portiere che può farti prendere un brivido, ma anche toglierti dieci metri di campo e una pressione avversaria. Se lo trasformi in un estremo difensore piantato tra i pali, più prudente che reattivo, gli togli il motivo per cui è stato scelto.

Nel Genoa lo staff dei preparatori dei portieri vede Alessio Scarpi tecnico. Qui non si tratta di fare processi personali, ma di lettura tecnica: l’impressione è che Bijlow sia stato in parte imbrigliato. Scarpi conosce il mestiere, nessuno lo nega. Però se il lavoro porta Bijlow verso un modello più simile a Leali, più basso, più conservativo, meno naturale nelle uscite, il rischio è un piccolo delitto calcistico. Non tutti i portieri vanno educati allo stesso modo. Bijlow va rifinito, non normalizzato.

Il caso Lipani: il rimpianto silenzioso

Luca Lipani è uno di quei nomi che tornano quando si parla di programmazione. Classe 2005, cresciuto nel settore giovanile del Genoa e oggi al Sassuolo, ha trovato in questa stagione circa 800 minuti in Serie A, senza numeri offensivi appariscenti ma con una presenza reale dentro un campionato difficile.

Avrei tenuto Lipani più che cercare Amorim (che spero mi smentisca al più presto!). Non perché fosse già un titolare fatto e finito, ma perché il Genoa ha bisogno proprio di questo tipo di materiale tecnico: giovani di struttura, italiani, formati in casa o comunque legati a un percorso, capaci di stare dentro una rotazione vera. A vent’anni non sei più solo una promessa da raccontare nei comunicati. Puoi essere un’alternativa, un cambio, una risorsa da far crescere con minuti seri.

Il Genoa spesso si trova a cercare sul mercato ciò che aveva già intravisto in casa. Lipani non sarebbe stato la soluzione a tutti i problemi, ma avrebbe potuto essere una risposta a basso costo dentro una mediana che, al netto di Frendrup, ha avuto bisogno di energia, centimetri e prospettiva.

Venturino: entusiasmo sì, ma attenzione ai fatti

Sul ritorno di Lorenzo Venturino bisogna essere precisi. Non risulta, al momento, un rientro ufficiale al Genoa. La Roma ha annunciato il suo arrivo il 24 gennaio 2026 in prestito con diritto di riscatto, ricordando il suo percorso nel settore giovanile rossoblù, l’esordio ufficiale contro la Roma nel gennaio 2025 e i primi gol in Serie A segnati al Bologna nel maggio 2025.

Detto questo, se le condizioni di mercato aprissero davvero alla possibilità di rivederlo in rossoblù, sarebbe una buona notizia. Venturino porta una cosa che il Genoa non può comprare facilmente: appartenenza tecnica, fame, conoscenza dell’ambiente, sfrontatezza. Non va caricato di aspettative irreali, ma nemmeno disperso con leggerezza. In una rosa che deve ringiovanire, profili così vanno almeno valutati fino in fondo.

Cosa serve davvero al Genoa

La salvezza non deve diventare un anestetico. Il Genoa ha bisogno di un mercato chirurgico, non decorativo.

Serve prima di tutto un centravanti vero. Non una punta da sette gol celebrata come se avesse risolto il problema, ma un attaccante che possa ragionevolmente arrivare in doppia cifra, almeno 10-12 reti, e che migliori anche il gioco degli altri. Uno che attacchi il primo palo, che sappia tenere un pallone sporco, che costringa i centrali avversari a preoccuparsi davvero.

Serve un difensore centrale di esperienza. Vasquez e Ostigard hanno dato tanto, ma una squadra che vuole alzare il livello deve avere almeno un altro riferimento difensivo abituato a comandare la linea nei momenti difficili. Non un nome da copertina, un difensore da partite vere.

Serve poi qualità dinamica a centrocampo. Se Malinovskyi dovesse partire, non basterà sostituire il tiro da fuori. Bisognerà sostituire peso, personalità, capacità di decidere una partita sporca. Ma con un profilo più giovane, più mobile, più compatibile con il futuro economico del Genoa.

Serve infine chiarezza sugli esterni e sui giovani. Norton-Cuffy può ancora essere sviluppato, Amorim va aspettato ma non coccolato, Venturino va monitorato, Lipani resta un rimpianto utile per non ripetere gli stessi errori. Il Genoa non può continuare a vivere nella terra di mezzo: né squadra esperta fino in fondo, né progetto giovane fino in fondo. Deve scegliere.

La stagione è salva. Il progetto, adesso, va scritto davvero

Il Genoa 2025/2026 ha conquistato ciò che doveva conquistare: la permanenza in Serie A. De Rossi ha preso una squadra malata di paura e l’ha portata fuori dalla zona più pericolosa. Alcuni giocatori hanno dato più di quanto fosse lecito chiedere, altri meno di quanto ci si aspettasse. La classifica racconta una salvezza, il campo racconta un lavoro ancora incompleto.

Ora arriva il passaggio più difficile: non confondere il sollievo con l’ambizione. Perché il Genoa non può vivere ogni anno come se la Serie A fosse una stanza piena di fumo da attraversare trattenendo il fiato. Deve respirare. Deve scegliere giocatori funzionali, vendere quando serve, tenere chi alza davvero il livello, smettere di accontentarsi di mezze soluzioni.

La domanda, allora, è semplice e anche un po’ scomoda: il Genoa vuole soltanto salvarsi meglio o vuole iniziare a costruire una squadra che, prima o poi, guardi la classifica senza abbassare gli occhi?

Valentina Jannacone

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