Al Ferraris la curva del Genoa è piena di bandiere mentre i giocatori festeggiano sul campo dopo Genoa-Ascoli 4-1.

La curva del Ferraris spinge il Genoa contro l’Ascoli, con tante bandiere rossoblù e i giocatori raccolti nell’area dopo il 4-1 di Coppa Italia.

Il Genoa passa il primo esame ufficiale della stagione, batte 4-1 l’Ascoli al Ferraris e si prende i sedicesimi di Coppa Italia contro il Südtirol. Non è stata una passeggiata lineare, nonostante il punteggio. È stata, piuttosto, una partita utile: per misurare gambe, idee, nuovi equilibri, qualche limite ancora vivo e alcune promesse già abbastanza rumorose da meritare attenzione.

Il tabellino racconta la rimonta: Silipo al 25’ per l’Ascoli, poi Marcandalli al 42’, Baldanzi al 45’, Colombo al 61’ e Havel all’80’. De Rossi parte con il 3-5-2: Bijlow; Marcandalli, Otoa, Vasquez; Norton-Cuffy, Ellertsson, Frendrup, Baldanzi, Mitaj; Vitinha e Colombo. L’Ascoli di Tomei risponde con un 4-2-3-1 ordinato, aggressivo nelle uscite e non rinunciatario, almeno finché il Genoa non ha iniziato a forzare davvero la porta.

Una partita più vera del 4-1

Il dato statistico più curioso è quasi un tranello: possesso palla 39% Genoa, 61% Ascoli secondo ESPN. Ma il calcio, a volte, è un mestiere crudele con chi tiene tanto il pallone senza morderlo. Il Genoa ha prodotto molto di più: 10 tiri nello specchio contro 2, 3 grandi occasioni create contro 0, 8 angoli contro 2. L’Ascoli ha palleggiato di più, con 553 passaggi complessivi e 482 riusciti; il Genoa ne ha completati 278 su 339, ma ha portato la partita dove contava: negli ultimi venti metri, nell’area, nella capacità di trasformare pressione e recuperi in gol.

È una buona notizia, perché De Rossi alla vigilia aveva chiesto proprio uno step nella qualità delle giocate, ricordando la necessità di ridurre al minimo errori e palle perse. Aveva anche detto una cosa non banale: la Coppa Italia non va snobbata. Detto, fatto. Non ancora con una squadra scintillante, ma con una squadra che ha reagito allo schiaffo iniziale senza perdere la testa.

Ecco il primo punto: il Genoa ha vinto perché ha saputo restare dentro la partita. È andato sotto sul primo vero presupposto offensivo dell’Ascoli, ha avuto qualche minuto sporco, poi ha rimesso il piede sul terreno. Non ha cominciato a lanciare palloni a caso. Non si è frantumato. Ha continuato a spingere sugli esterni, ha cercato l’ampiezza, ha lavorato sulle palle inattive e ha trovato due gol prima dell’intervallo. La partita, lì, ha cambiato colore.

Mitaj, il nome giusto e la lettura giusta

Partiamo dal dettaglio più delicato. Il nuovo acquisto albanese si chiama Mario Mitaj. Il Genoa lo ha ufficializzato il 31 luglio 2026, in prestito con opzione di riscatto dall’Al-Ittihad. Nato il 6 agosto 2003, formato nell’AEK Atene, è un esterno mancino con curriculum internazionale e doppio passaporto.

La sua partita va letta senza ghigliottina e senza carezze inutili. In fase offensiva ha messo cose interessanti. Già al 4’ arriva al tiro dopo sviluppo su corner. Al 10’ riceve a sinistra e crossa sul secondo palo, creando una situazione potenzialmente molto pericolosa. Al 22’ viene trovato da Baldanzi sul secondo palo e calcia al volo, trovando la chiusura di Vitale. Al 42’, soprattutto, batte l’angolo del pareggio e trova la testa di Marcandalli. Questo è materiale vero.

Però in difesa ci sono state sfumature da correggere. Sul gol dell’Ascoli l’azione è chiara: Silipo parte dalla destra, si accentra sul piede forte, il mancino, e calcia. Mitaj rimane piantato, scivola col piede d’appoggio, Otoa devia di schiena e la palla finisce in porta. Non è solo una questione di scivolata. Prima ancora c’è il tema dello spazio concesso al rientro interno e del piede forte lasciato vivo. Contro un mancino che parte da destra, quel corridoio va chiuso con più cattiveria e con una postura più orientata.

Questo non significa bocciatura. Sarebbe una sentenza pigra, da tribunale del giorno dopo. Mitaj è arrivato da poco, deve assorbire principi, tempi, distanze, compagni, velocità della Serie A e richieste di De Rossi. Anche Aaron Martin, in alcune fasi, ha mostrato nel tempo difficoltà nella fase difensiva pura, pur avendo qualità evidente quando può spingere, crossare e associarsi. Il punto è un altro: Mitaj sembra avere qualità, ma va educato dentro il sistema. Non frenato. Educato.

Baldanzi, il colpo che può cambiare il tono del Genoa

Tommaso Baldanzi è stato il giocatore che ha dato alla partita una firma tecnica. Non tutto pulito, non tutto perfetto, ma quando accende il primo controllo il campo sembra aprirsi di mezzo metro. E mezzo metro, in certe partite, è un continente.

Il suo gol è da giocatore che vede uno spiraglio dove altri vedono traffico: slalom nella difesa dell’Ascoli, sinistro, palo, rete. Prima aveva già cercato la porta di testa, poi di sinistro da fuori, poi era stato murato sulla linea da Corradini al 35’ su una punizione preparata. ESPN lo indica come leader del match per tiri totali: 7 conclusioni, 2 nello specchio, 1 gol. Non serve altro per dire che Baldanzi è stato dentro la partita, non ai margini.

Il Genoa ha definito il suo ritorno il 19 giugno con la formula della cessione temporanea con obbligo di riscatto. Il club lo ha presentato come un grande colpo di mercato della proprietà. Qui bisogna restare sobri, ma il concetto tecnico è forte: se Baldanzi viene messo nella zona giusta, con compiti chiari e non schiacciato in una funzione troppo lineare, può essere uno degli acquisti più importanti del Genoa in prospettiva.

Non è un trequartista da figurina. È un giocatore di cucitura, ultimo passaggio, tiro, conduzione nello stretto. Deve ancora scegliere meglio alcuni tempi, deve imparare quando liberarsi prima del pallone e quando portarlo, deve aggiungere continuità. Ma ha una cosa rara in questa rosa: può creare un vantaggio tecnico dal nulla. E il Genoa, l’anno scorso, in troppe partite ha vissuto proprio senza quel nulla trasformato in qualcosa.

Marcandalli, Frendrup e Colombo: tre segnali diversi

Marcandalli segna di testa il gol dell’1-1 e lo fa in una zona importante della partita, quando l’Ascoli aveva già iniziato a sognare il colpo al Ferraris. Ma la sua gara non è solo il gol. Al 22’ anticipa, segue l’azione, accompagna. È un difensore che può ancora crescere nella gestione di alcuni momenti, ma ha struttura, presenza e voglia di incidere. Tutto sta nella testa, nel saper leggere, comprendere ciò che gli viene chiesto, interpretare e mettere in atto.

Il gol da calcio d’angolo racconta anche un Genoa più cattivo sulle palle ferme, aspetto che in una stagione lunga può valere punti veri.

Frendrup, invece, è sempre Frendrup: non dipinge, strappa. Sul 3-1 di Colombo c’è il suo pressing a sporcare la costruzione dell’Ascoli. Recupero al limite, palla sul dischetto, Colombo la mette all’incrocio. Questa è una sequenza da Genoa utile, non ornamentale. Recupero alto, verticalità immediata, conclusione pulita.

Colombo aveva bisogno del gol e lo ha trovato. Bene. Ma la partita non cambia il giudizio complessivo sul tema centravanti. Un gol in Coppa Italia contro l’Ascoli pesa per fiducia, ritmo, morale, non ancora per definire gerarchie definitive. Anche perché lo stesso Colombo, dopo la partita, ha ammesso di dover ancora trovare la forma migliore, come riportato nelle dichiarazioni post gara. È un segnale onesto e utile. Il Genoa ha bisogno che Colombo cresca, ma De Rossi ha bisogno anche di alternative vere.

Vitinha generoso, Norton-Cuffy elettrico, Wiafe entra bene

Vitinha non segna, ma lavora. E la voce “interventi difensivi” di ESPN lo segnala leader del Genoa con 6, tra contrasti vinti e duelli vinti. È un dato che racconta bene il suo tipo di partita: generosa, sporca, non sempre lucidissima negli ultimi metri, ma dentro il tessuto del match.

Norton-Cuffy è stato uno dei più vivi per accelerazione. Al 37’ calcia alto non di molto, al 48’ avvia una ripartenza forte sulla destra, all’80’ lancia Wiafe nell’azione del quarto gol. Rimane quel profilo bifronte che conosciamo: gamba importante, margini ancora ampi nella rifinitura, qualche scelta da pulire. Però se De Rossi vuole ampiezza e aggressività esterna, Norton-Cuffy resta materiale molto interessante.

Wiafe entra al 78’ e due minuti dopo serve un assist perfetto per Havel. Non è dettaglio da poco. Entrare bene in una partita già indirizzata sembra facile solo dalla tribuna. In realtà dice concentrazione, testa, disponibilità. Il suo pallone per Havel è preciso, morbido quanto basta, con i tempi giusti.

Havel, gol e prudenza

Elias Havel si prende il primo gol in rossoblù all’80’, mancino da centro area dopo l’assist di Wiafe. Movimento giusto, presenza, sensazione da attaccante che sente la porta. Poi, però, De Rossi nel post partita ha frenato l’entusiasmo: contento per il gol, sì, ma preoccupato per il risentimento all’adduttore. Il tecnico ha spiegato che Havel viene da carichi diversi, ha avuto diversi problemi fisici e andrà valutato nei prossimi giorni.

Questo è un passaggio da non sottovalutare. Il Genoa ha bisogno di attaccanti, ma soprattutto di attaccanti disponibili. La qualità più trascurata del mercato è la continuità fisica. Se un giocatore entra, segna e poi si tocca, l’applauso resta, ma resta anche un piccolo brivido. De Rossi lo sa, e infatti non ha venduto fumo.

Bijlow, poco lavoro ma una presenza moderna

Bijlow non è stato chiamato a una serata da protagonista, ma all’87’ su Oliveri si fa trovare attento sul primo palo. Prima, nel recupero del primo tempo, presidia l’area piccola e allontana di pugno. Sono due episodi, non una tesi. Ma bastano per vedere un portiere che partecipa, che non vive incollato alla linea, che dà la sensazione di voler comandare spazio e area.

Il Genoa dovrà essere bravo a non snaturarlo. Già nel corso dello scorso anno, un’involuzione del suo modo di giocare la si è osservata: meno sicuro nelle uscite, decisamente diminuite di numero e comunque nel modo, meno occupazione dell’area e linea alta, sue principali caratteristiche. Il motivo è chiaro, non sempre l’allenatore dei portieri va di pari passo con modernità e tipologia di “adepto”… Comunque, resta il fatto che in partite come questa, contro un avversario che tira poco, il portiere moderno lo misuri nei dettagli: posizione, lettura, presenza su corner, coraggio nell’uscita. Non nei miracoli da copertina.

Cosa dice davvero questa vittoria

Genoa-Ascoli 4-1 dice tre cose.

La prima: il Genoa ha qualità superiore e l’ha fatta pesare. Non subito, non senza inciampi, ma l’ha fatta pesare.

La seconda: De Rossi sta provando a costruire una squadra più verticale e più aggressiva nel recupero alto, ma deve ancora trovare equilibrio pieno sulle corsie, soprattutto quando gli esterni sono chiamati a fare entrambe le fasi con continuità.

La terza: il mercato non può fermarsi alla soddisfazione di una sera. Baldanzi è un investimento vero, Mitaj un profilo da lavorare, Havel una scommessa interessante ma da monitorare fisicamente, Colombo un attaccante da recuperare pienamente. Però se il Genoa vuole una salvezza più tranquilla, e magari qualcosa di più dignitosamente ambizioso, servono ancora idee chiare: un centrale affidabile, un play che sappia comandare ritmo e uscita, una punta capace di garantire peso e gol.

La Coppa Italia, diceva De Rossi, può diventare una bella storia. Il primo capitolo non è epico, ma è scritto bene: uno spavento, una reazione, un talento che accende, un nuovo arrivato che sbaglia e poi serve l’assist del pari, un centravanti che trova fiducia, un giovane entrato dalla panchina che confeziona il quarto gol.

Non è ancora il Genoa che sarà. È il Genoa che comincia. E per una sera di agosto, con il Ferraris ancora caldo e la stagione che apre gli occhi, può bastare. Ma da domani la domanda torna sul tavolo: questo Grifone vuole solo passare il turno o vuole davvero imparare a volare più alto?

 

Valentina Jannacone

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